 
HEDIN, Sven
Stoccolma
19 febbraio 1865
Stoccolma
26 novembre 1952
Studioso e viaggiatore
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- Documentazione tratta
dalla missione in Cina, Gobi, Tibet ed India, diretta da SVEN HEDIN
con il finanziamento della SS Ahnenerbe. Rapporto confidenziale ad HIMMLER,
1940
"L'11 febbraio di buona mattina due distinti dignitari
del Lama Lopsong Tsering e del cinese Tuan Guan entrarono nella mia
tenda. Mi fecero alcune domande che annotarono come al solito. Era il
Capodanno tibetano e il primo giorno dei festeggiamenti veniva celebrato
nel cortile dei giochi religiosi. Espressi il desiderio di assistervi,
ma il Lama replicò che mai prima d'allora un europeo aveva ricevuto
questo onore. Il dignitario si mostrò molto interessato al mio
passaporto cinese, anche se in realtà era valido solo nel Turkestan
orientale. Si allontanarono, ma dopo poco tornaronaro con la notizia
che potevo partecipare alla festa, e che avrebbero tenuto dei posti
liberi per me e per due della mia gente. Verso le dieci e mezzo si presentò
un signore di nome Tsaktserkan vestito con un abito di costosa seta
gialla, probabilmente una specie di ciambellano del Taschi Lama, che
mi chiese di prepararmi. Con l'interprete Muhammed Isa e tre servitori
seguii Tsaktserkan in direzione del convento, che si trovava a soli
dodici minuti da lì. Prendemmo i cavalli che avevamo comprato
a Ngangtsetso, i quali non essendo abituati al frastuono di una città,
tantomeno ad una festa del genere, più volte furono sul punto
di imbizzarrirsi. Intorno a noi si muoveva una massa immensa di uomini:
gente a piedi e a cavallo, cittadini e contadini, pellegrini e nomadi,
distinti signori e vagabondi, Lama e frati mendicanti, dame ornate di
pietre preziose e argento, neri mendicanti cenciosi, cinesi, mongoli
ed altri stranieri. Tutto si mescolava come in un formicaio. Lungo la
strada alcune donne avevano messo su delle bancarelle di dolci, biscotti
e ciambelle salate. Tra i bambini che piangevano, asini e cani che aumentavano
la calca, Tsaktserkan ci faceva strada. I tetti dorati dei mausolei
brillavano come fuoco. Più ci avvicinavamo e più ci perdevamo
nel labirinto di case rosse e bianche, alcune costruite secondo lo stile
tibetano, altre alla maniera cinese con tetti ad arco di rame dorato.
Tutta la cittadella del convento si trova su una roccia brulla, e i
templi e i mausolei erano orientati verso Sud. Dietro di essi, un po'
più in alto, si ergeva il Labrang, la residenza di Taschi Lama,
con la sua facciata prestante e distinta, con le sue finestre bordate
di nero e di marquise di tessuto rosa e giallo. In alto, sotto
il tetto dorato, i muri della santa fortezza erano dipinti di rosso.
I cinque mausolei, costruiti su una linea retta da Est verso Ovest,
suscitavano una particolare impressione. Cinque Taschi Lama avevano
avuto qui l'ultima dimora. Sul comignolo si vedevano delle figure simboliche:
la ruota della scienza e della legge, un cervo su entrambi i lati, un
tridente a rappresentare la saggezza di Buddha. In cima ai tetti, ornati
anch'essi di simboli, c'era una campana di bronzo con una penna di falco
sul battaglio: un solo soffio di vento bastava a farla risuonare.
Il santo tempio di Buddha era di stile tibetano, più meno cubiforme,
e aveva muri bianchi e rossi. Sotto il tetto, nella parte rossa, brillavano
degli scudi dorati che servivano a scacciare i demoni. La stessa funzione
avevano le strane figure cilindriche, alte 1,5-2 metri, avvolte da un
tessuto nero e da nastri bianchi. C'erano sale per i seminari, biblioteche
di testi sacri, stanze per tremilaottocento monaci. Nelle botteghe,
esperti d'arte Lamaici dipingevano immagini divine e forgiavano i vasi
per i templi, nelle stalle venivano custoditi i cavalli dei monaci,
nei negozi si potevano trovare scorte di ogni genere e nelle grandi
cucine si preparavano i pasti per i frati laici.
I vicoli tra le case erano stretti. I più importanti erano ricoperti
da lastre di pietra, che nel corso di cinque secoli erano state levigate
dalle suole di innumerevoli nomadi e pellegrini. Dentro e davanti la
città conventuale si trovavano le Tschorten, torri bianche simili
a pagode che si innalzavano per cinque piani, restringendosi verso alto,
e rappresentavano i cinque elementi: terra, acqua, aria, fuoco ed etere.
In alcune di esse erano riposte le ceneri di Lama deceduti, in altre
le reliquie di uomini santi, di testi sacri e di immagini divine.
Tsaktserkan ci portò all'ingresso orientale della città
da dove proseguimmo a piedi perché era severamente proibito andare
a cavallo nelle strade sante. Entrammo in un piccolo vicolo: chiare
marquise facevano ombra sui balconi e tutto era talmente pittoresco
che sembrava di essere nel Medioevo. I muri delle case, costruite come
fortezze, non erano dritti ma inclinati verso l'interno. Incontrammo
una processione di pellegrini e fu particolarmente impressionante vedere
gruppi di Lama con le teste rasate camminare pigiati in un vicoletto
del genere: come i senatori romani, essi indossavano dei mantelli rossi
che lasciavano scoperto il braccio destro. Attraverso corridoi angolosi
e scuri passaggi in salita, dappertutto i Lama iniziarono a parlare
tra loro a bassa voce. Ma essere guidati da Tsaktserkan stava ad indicare
che eravamo ospiti del Taschi Lama, così le loro fronti si spianarono,
il borbottio si spense e i pellegrini sorrisero.
Arrivati a una piattaforma sopraelevata, ci sedemmo ad osservare il
giardino più grande del convento dove di lì a poco si
sarebbero svolti i giochi religiosi. Il cielo appariva più chiaro.
Che strano vivace spettacolo si stava svolgendo sotto di noi! Visto
che il Taschi Lama era il più alto principe della Chiesa in Tibet,
più pellegrini del solito erano convenuti nella sua santa
città. Accompagnato dagli importanti Lama del convento egli
era lì a presenziare la celebrazione dei giochi. Tutte le altane,
le gallerie, tutti i tetti e i balconi, erano pieni di spettatori venuti
da ogni parte: da Tsang nel Tibet del Sud, da Kham nell'Est, da Ngari-Khorsum
nell'Ovest, dai pascoli del Tschang-tang, da Bhotan e Sikkim, dal Nepal,
dai pascoli dei mongoli e dal celeste impero. Gli illustri signori della
corte del Taschi Lama e le autorità di Schigatse indossavano
vesti gialle e rosse con cinture variopinte e cappelli grandi come parasoli.
Nella galleria sottostante si trovava il posto riservato alle signore,
che presenziavano riccamente ornate di collane di perle, ciondoli decorati
con turchesi e coralli, grandi orecchini d'oro e alti colletti bianchi
adornati da pietre preziose. I posti meno belli erano quelli destinati
ai contadini e alle loro mogli, ai bambini e ai pellegrini, che sedevano
serrati a gambe incrociate. Tutti festeggiavano, chiacchieravano; ridevano
e piluccavano dolcetti e pesche secche, anche i mendicanti relegati
ai lati, il cui canto si perdeva nel rumore della festa.
Poi le campane risuonarono per annunciare l'inizio della celebrazione
e le migliaia di pellegrini tacquero immediatamente. Dai tetti più
alti dei templi giungevano lunghi squilli di corno, e tutti aspettavano
la festa che avrebbe fatto dimenticare loro i lunghi mesi di cammino.
Un canto meraviglioso e carezzevole, una melodia tenera e lenta, un'armonia
inebriante e quasi ipnotica vagava nell'aria. Così veniva annunciato
l'arrivo della primavera, anche se in realtà in quell'occasione
si celebrava la vittoria dei grandi fondatori della religione sui falsi
profeti. Ma per il popolo il Losar era soprattutto la festa della luce
in cui ci si rallegrava del ritorno del sole, della sua vittoria sul
buio dell'inverno, dell'aumento della temperatura, del risveglio dei
semi e degli animali.
Risuonarono i tromboni di rame e tutti gli sguardi si volsero verso
porta dalla quale stava per uscire il Lama più importante del
Tibet. Tutti si inchinarono con devozione: il Taschi Lama indossava
una mitra sul capo e una veste di preziosa seta lucida gialla. Si sistemò
in posizione tale da poter facilmente osservare il tutto, dietro una
tenda che ne lasciava intravedere solo la testa e il busto.
Un ballo diede inizio alla festa. Due Lama con maschere terribili scesero
nel cortile, seguiti da altri undici che portavano bandiere colorate.
Si fermarono davanti al trono del Taschi Lama e lo salutarono. Comparvero
poi Lama in vesti bianche, recando simboli sacri, coppe d'oro, calici
e incensieri pendenti da catene d'oro. Una banda fece il suo ingresso
nel cortile: davanti tromboni di rame, lunghi tre metri, con cerchi
d'ottone lucido, dietro cembali e tamburi. Seduti su un tappeto suonarono
per tutta la festa una musica monotona, il cui effetto però era
festoso e stimolante.
Uno dopo l'altro i gruppi di spettatori salivano sulla piattaforma per
poi sparire dietro le tende della galleria sottostante. I ballerini
indossavano vesti magnifiche decorate di broccato d'oro. I loro volti
erano nascosti dietro maschere terribili fatte di pasta di carta o di
una sottile lamiera di rame, che rappresentavano animali feroci, draghi,
demoni, diavoli e teschi in atteggiamento minaccioso. Attraverso questi
«balli diabolici» il popolo doveva prendere confidenza con
i demoni e gli spiriti che terrorizzano l'anima del morto sui sentieri
insicuri del cammino verso la pace eterna del paradiso. Nella maggior
parte di queste feste religiose c'è sempre una strana figura
dipinta, di pasta o di carta, grazie alla quale, attraverso le preghiere
dei Lama, si scongiurano il peccato e la malignità. Dopo la chiusura
dei balli questa viene portata fuori in processione e bruciata su un
rogo davanti al tempio.
Si accese così un piccolo fuoco nel cortile: due Lama portarono
un enorme foglio di carta che stava a rappresentare l'anno passato e
sul quale erano state appuntate tutte le malignità, tutti i peccati
commessi, tutta quella miseria dalla quale ci si voleva preservare nel
nuovo anno. Mormorando delle preghiere e delle formule di scongiura,
un terzo Lama si awicinò al fuoco e vi versò una polvere
infiammabile. Divamparono le fiamme e la carta bruciò in un attimo.
In questo modo si voleva distruggere la potenza dei demoni e degli spiriti
sotterranei.
Poi si avvicinò un Lama che recava una coppa costituita da un
cranio umano piena di un liquido rosso, probabilmente sangue di capra.
Espresse preghiere e formule di scongiuro agitandosi in un ballo mistico
sulle scale del tempio e versando il sangue sui gradini. Nei tempi passati
si usava, molto probabilmente, sangue umano. Alla fine di tutto il Taschi
Lama si allontanò con i suoi accompagnatori nello stesso modo
silenzioso e degno in cui era
arrivato, e i pellegrini si ritirarono. Il cortile fu improvvisamente
vuoto e silenzioso.
Il ricordo più emozionante di tutta la spedizione fu la visita
al Taschi Lama. La mattina del secondo giorno del nuovo anno egli mi
volle ricevere: insieme a Muhommed Isa entrai nel convento. Salendo
tante scale, attraversando tanti corridoi e camere buie nel Labrang,
salimmo al Santissimo. Era come andare dal Papa a Roma. Anche qui si
viene accolti da un sacerdote, un Lama di alto rango con i capelli tagliati
a zero, la testa rotonda e il viso sorridente. Ci sedemmo su cuscini
rossi. La stanza era arredata in modo accurato, non appariscente ma
dignitosa e distinta. Le pareti e i drappi erano rossi, e anche i tavoli,
gli armadi e panchetti. Statue di divinità d'oro e d'argento,
piccoli e semplici armadietti decorati ornavano l'altare. Egli si informò
sulle mie conoscenze, sul mio incontro con il viceré dell'India,
sulle mie intenzioni e mete e sulla mia patria. Bevemmo tè e
ci intrattenemmo per circa un'ora.
Poi due Lama in toga rossa ci fecero salire su per una vecchia scala.
Qua e là stavano gruppi di monaci che ci squadravano con curiosità.
Si awertiva la vicinanza del Santissimo: tutt'intorno si parlava a bassa
voce, sussurrando. Poi l'ultima porta si aprì. Non nego di essere
stato preso da una certa sensazione di felicità e di emozione
al pensiero di incontrare l'uomo più santo di tutto il mondo
Lamaico, l'uomo venerato come un dio da milioni di uomini in Tibet,
dai paesi dell'Himalaya, dalla Cina del Nord, dalla Mongolia e dalla
Siberia orientale fino alle rive del Volga. Ma questa sensazione sparì
dopo essere entrato nella stanza semplice dove Sua Santità era
seduta, su una panchina davanti a un tavolo. Guardava fuori una piccola
finestra. Indossava, come un semplice monaco, una toga rossa che lasciava
scoperte le braccia. L'unica cosa che lo distingueva dagli altri era
la veste con fili d'oro che spiccava sotto le pieghe della toga. Quando
entrai, mi guardò in modo gentile e tranquillo e mi porse le
due mani morbide. Poi mi fece sedere di fronte a lui su una poltrona
europea. La sua voce era sottile, gentile, quasi timida. Mi fece una
serie di domande. In particolare mi chiese se l'inverno precedente
avessimo sofferto il freddo e le tempeste in Tschang-tang, se fossimo
stati ospitati dai nomadi e se essi fossero venuti incontro a tutti
i nostri bisogni. Durante la conversazione la sua timidezza sparì.
Si dichiarò mio amico e aggiunse che aveva dato ordine di mostrarmi
tutto il convento, tutti i templi e tutte le sale. Ero libero di muovermi
nella città conventuale, di fare foto e disegni, di prendere
appunti.
Poi raccontò del suo viaggio in India nell'anno 1905, della gentilezza
con cui fu accolto dal viceré Lord Minio e dal Lord Kitchener,
del clima caldo, della camminata lunga e faticosa, delle valli profonde
con la loro vegetazione. Quello che lo affascinava di più era
la divisione dell'Europa in diversi regni e stati, dei suoi imperatori
e re. Si informò soprattutto sullo zar di Russia, che secondo
la fede dei Lamaici era una reincarnazione della dea Tara. Mi chiese
cosa pensassi delle intenzioni di quella nazione, della potenza del
suo esercito e della sua flotta. Volle sapere chi, secondo me, era più
forte tra Russia e Inghilterra, e come erano le forze armate degli altri
stati. Anche della Cina si mostrava interessato e mi domandò
quali regioni nel centro avessi visto. Il sorriso gentile e caldo che
ravvivava il suo viso non spariva mai. Avevo la sensazione che fossimo
legati da un vincolo d'amicizia che non si sarebbe mai strappato, e
molti anni dopo ne ricevetti la prova. Meraviglioso, incantevole Taschi
Lama! Poteva essere un dio come voleva la fede Lamaica, ma anche come
uomo era molto attraente.
Ci intrattenne per ben tre ore e alla fine si congedò nello stesso
modo cortese e gentile in cui mi aveva accolto. Mi pregò di tornare
presto e di portare la mia macchina fotografica. Alcuni giorni dopo
gli resi la seconda visita, che durò quanto la prima. Volle farsi
fotografare e accettò di spostarsi secondo le mie necessità.
Poi mi stupì ordinando la sua macchina fotografica, con la quale
scattò qualche foto a me. La sera le sviluppai nella sua camera
oscura con l'aiuto di un giovane Lama, che ho rivisto vent'anni dopo
a Pechino.
Secondo la dottrina Lamaica, il Taschi Lama è un dio in sembianze
umane o l'incarnazione di un dio. Ogni periodo ha il suo Buddha. Dall'Altissimo,
creatore e Salvatore onnipotente e onnipresente, derivano cinque Dhyani-Buddha.
Tra loro viene adorato soprattutto Buddha Umitohha, il «Signore
del paradiso terrestre». Il suo nome tibetano è opa me,
'il Buddha celeste della luce infinita'. È questa la divinità
che ha assunto sembianze terrestri in Taschi Lama, o come viene chiamato
in Tibet, Pontschen Rinpotsche, 'il grande pandi', 'di grande dignità'
o 'il maestro prezioso'. Il territorio del Taschi Lama, la provincia
di Tsang, è sottoposto al controllo religioso del convento. Il
potere temporale governativo è però in mano di Lhasa.
Il Taschi Lama visse liberamente diciassette lunghi anni nella sacra
città conventuale. Ma nel 1924 ci furono conflitti religiosi
e politici tra le città di Lhasa e Taschi-lunpo, così
egli dovette scappare. Voleva rifugiarsi a Urga, capitale della Mongolia
esterna, ma venne costretto dal governo cinese o stabilirsi a Pechino.
Nel dicembre del 1926 mi accolse nel vecchio palazzo imperiale a Nan-hai,
la «città proibita». Anche se erano passati vent'anni
dal nostro ultimo incontro, mi sembrava che fossero trascorsi solo venti
giorni. Mi salutò con lo stesso sorriso gentile di allora, porse
le due braccia come benvenuto e mi regalò un anello d'oro che
porto ancora oggi e che mi ha aiutato molto nell'Asia orientale.
Descrivere la città di Taschi-lunpo richiederebbe un'opera in
molti volumi. Mi limiterò perciò a raccontare un poco
dei santuari più importanti.
Ho già menzionato i cinque mausolei. Costruiti secondo un piano
uniforme, ognuna di queste cappelle mortuarie può essere però
considerata un'opera d'arte a sé. Da un cortile rettangolare
una scala di legno porta ad un sagrato da dove si entra nella cappella
mortuaria. Alle pareti del sagrato si trovano i Lokapalas, i quattro
grandi re, protettori dei punti cardinali, dipinti con tratti intimidatori
di fantastici animali feroci con gli occhi fiammeggianti, le fauci spalancate
e le zanne immense. Nelle mani portano armi e simboli e sono circondati
da fiamme e nuvole. Queste quattro guardie del cielo si trovano non
solo nelle cappelle mortuarie, ma anche agli ingressi dei templi, per
proteggere gli dèi e l'interno dei santuari e per mettere in
fuga i demoni cattivi. La tomba del terzo Taschi Lama era quella più
interessante poiché quest'ultimo aveva avuto anche un ruolo politico
di notevole importanza. Questo Taschi Lama, in un primo momento, fu
tenuto in considerazione dall'imperatore della Cina molto di più
del re dell'India.
Nel 1779 l'imperatore lo invitò nella sua città e lo ricevette
nella sua residenza estiva con ossequi favolosi. Ma l'alto sacerdote
si ammalò nel tempio giallo a Pechino e morì. Apparentemente
dispiaciuto l'imperatore però non tardò a palesare che
morte del Taschi Lama non gli era poi così sgradita: intrattenendo
rapporti con il governatore generale dell'India, egli rappresentava
un chiaro pericolo per la sicurezza della Cina. Così il morto
fu messo in un sarcofago piramidale d'oro e portato da Pechino a Taschi-lunpo.
II corteo funebre durò sette giorni e fu unico per il suo dispendio
ecclesiastico e militare.
L'arcata è un meraviglioso capolavoro dello sfarzo religioso.
Attraversato il sagrato con le sue quattro guardie del cielo, si arriva
alle impressionanti porte ornate di lastre d'ottone lucente dietro le
quali si trova un'alta struttura piramidale, o Tschorten, d'oro e d'argento
tempestato di gemme. Sull'altare spicca un'immagine del riformatore
Tsong-kapa, accanto ad altre effigi, simboli, patere e lampade dorate
e argentate. Tutte le cappelle mortuarie, di solito chiuse, a volte
vengono aperte mentre il quinto mausoleo, che dal 1888 custodisce il
cadavere del predecessore dell'attuale Taschi Lama, è sempre
di libero accesso per tutti i pellegrini vi si recano in visita. Starei
ore ad osservarli. Si comportano con lo stesso profondo rispetto che
mostrano per l'attuale Taschi Lama: si inchinano e pregano. Quelli provenienti
dalle valli lontane e dalle montagne poi si immedesimano talmente tanto
nelle preghiere che mentre riempivano le patere con riso, farina e burro,
non si rendevano conto del fatto che io li stessi ritraendo. Se mi avessero
raccontato le loro storie e la loro fede nella trasmigrazione dell'anima,
avrei avuto sicuramente materiale per una serie di romanzi di raro fascino.
Nel cortile adornato di alti Tschorten potevo tranquillamente muovermi
tra i pellegrini che, insieme alle loro mogli, aspettavano di essere
benedetti dal santo. Per molti questo è il momento più
importante della vita. Nella grande sala chiamata Kandschur-Lhakang,
paragonabile all'uditorio di una facoltà di teologia, si conservano
i testi sacri del Lamaismo, una bibbia di centotto volumi. I fogli si
trovano sparsi tra due assi di legno, legate da cinture di cuoio e awolte
in tessuti blu. Quest'opera immensa viene chiamata Kandschur e i commenti
e le spiegazioni dei testi, che formano altri duecentoventicinque volumi,
Tandschur. Lungo tutta la sala, illuminata dall'alto da un buco nel
tetto, corrono file di leggii e di panchine con cuscini rossi. A1 suono
di una campanella i novizi entrano nell'aula, si siedono e aprono i
lunghi fogli con i testi sacri. Con voce profonda il maestro, un Lama
di alto rango, intona un canto al quale gli alunni rispondono alternamente.
In occasione della mia presenza, alcuni dei giovani si mostrarono più
attenti ai miei disegni che ai loro canti.
Sulle pareti e sulle colonne si stagliano le Tankas, le bandiere
del tempio. Su ogni bandiera è rappresentata la leggenda di un
dio o di un santo, con tanto di riproduzioni di abitazioni celesti e
tormenti infernali: ricami preziosi che narrano anche la vita e i miracoli
di Buddha. Le Tankas sono di seta o broccato su cui spesso i testi tibetani
vengono dipinti in oro. Per soddisfare gli dèi, i monaci
si dedicano tutti i giorni alla realizzazione di queste opere. Così
com'è considerato altrettanto virtuoso scolpire le sacre parole
«Om mani padme hum» sulle pietre lungo le strade e i sentieri.
Quando la sera tardi tornavo nel convento dal lavoro e sentivo da una
sala del tempio gli squilli del trombone e i suoni cupi dei tamburi,
spesso mi trattenevo per partecipare alla messa notturna. Dalla parte
opposta all'ingresso si trovavano i simulacri degli dèi che circondavano
l'immensa immagine luccicante di Tsong-kapa. Sull'altare, oltre
alle coppe sacre e alle patere, c'erano quaranta lumicini accesi piccoli
contenitori di ottone e argento che creavano un'atmosfera di mistico
crepuscolo degli dèi. Tra le colonne nell'angolo a destra dell'altare,
su lunghe file di panchine basse e rosse, i monaci leggevano i testi
sacri, mormorando sommessamente. Alle parole «Lama» e «om
mani» però la loro voce si alzava e di tanto in tanto si
sentivano i tamburi, i tromboni, i cembali e le campane d'ottone. Il
Dorisene, il simbolo del potere, si trovava accanto ai testi sacri o
era tenuto in mano dai monaci.
Era molto impressionante osservare il modo con cui quella luce soffusa
avvolgeva i monaci, le loro toghe rosse e gli oggetti d'oro. L'atmosfera
era incantevole e il tempo sembrava volare durante questo tipo di cerimonie.
Una volta ne fui talmente rapito che due frati servitori furono costretti
a svegliarmi per farmi dono di una padella di rame e due tazze di porcellana
su piatti d'argento, su richiesta del Taschi Lama.
Ma i giorni nell'indimenticabile Taschi-lunpo passarono velocemente
e con la mia partenza cominciò un nuovo capitolo dell'avventura
in Tibet. Due cinesi e due tibetani ci accompagnarono come guardie del
corpo verso Ovest, dove avevamo l'intenzione di esplorare il Transimalaya.
Prima di arrivare nella regione di Le, feci una visita al convento Tarting-gumpa.
Un Lama molto gentile ci fece vedere tutte le sale del tempio. Ci raccontò
che il giorno prima era morto, all'età di ottant'anni, il priore
del convento e allora lo pregai di poter vedere la camera ardente. «No,
non è possibile, in questo momento si stanno recitando le preghiere
per il defunto», mi sentii rispondere. Ma alla fine si fece convincere
e ci portò nella casa del priore. Bussammo alla porta. Un vecchio
aprì. In un piccolo cortile c'erano una donna e due uomini, che
stavano imprimendo in rosso delle preghiere su trucioli di legno con
i quali andava poi acceso il rogo. Senza un permesso particolare entrammo
nella cameretta, che non era più grande di tre metri quadri.
Quattro monaci erano seduti attorno a un tavolo basso mormorando le
preghiere per il defunto. Per tre giorni si continuava a pregare. Il
morto era seduto sul letto con la schiena contro la finestra. Indossava
una veste colorata, aveva scarpe ai piedi e sul viso un sottile tessuto
trasparente di seta bianca. Sulla testa una specie di corona in tessuto
rosso e blu. Davanti a lui, sul letto, c'era un tavolino con immagini
divine e due lumini accesi.
I monaci furono sorpresi quando entrai e presi posto: sicuramente non
avevano mai visto un europeo! Ma continuarono a pregare. Poi durante
una pausa venimmo a sapere che il morto, all'età di cinque anni,
era stato consegnato dai genitori a una confraternita di Tarting e salendo
di grado in grado aveva raggiunto la dignità più alta
nel convento. Ora andava bruciato sul rogo in posizione seduta e con
una veste bianca indosso. Le sue ceneri sarebbero poi state portate
al monte sacro di Kailosh e qui chiuse in un Tschorten.
Osservo il vecchio monaco morto. Da bambino non aveva vissuto una vita
normale, rinunciando al mondo per entrare in un Ordine monastico. Per
settantacinque anni aveva vissuto in questa piccola cameretta dove adesso
stava seduto morto e rigido. Aveva visto venire e andare tanti pellegrini.
Per settantacinque anni aveva cantato alle feste del nuovo anno e aveva
salutato l'arrivo della nuova primavera. Per settantacinque estati aveva
sentito aria tiepida soffiare sulle montagne e in altrettanti autunni
e inverni aveva protetto la cameretta dal freddo.
Solo i monaci santi vengono bruciati. Gli altri vengono tagliati a pezzi
e la loro carne viene data in pasto ai cani santi del tempio o, come
in Schigatse, agli avvoltoi. I tagliatori di cadaveri si chiamano Lagpas
e sono una casta bassa e disprezzata tanto che nell'infinita catena
della trasmigrazione dell'anima possono solo reincarnarsi in corpi di
animali o di uomini cattivi. Dopo la morte, il cadavere di un frate
laico viene portato dai suoi confratelli nel posto dove verrà
fatto a pezzi. Lo spogliano e si dividono i vestiti. Poi i Lagpas
eseguono il loro orribile compito.
Dei conventi nella valle di Tsangpos mi ricordo soprattutto di
Taschi-gembe, la città bianca, nella quale vivevano solo duecento
monaci, mentre in Taschi-lunpo erano tremila e ottocento. Taschi-gembe
aveva una sala per le preghiere molto piccola: qua un vecchio Lama faceva
girare, dall'alba a mezzanotte, un mulino da preghiere grande più
di tre metri, riempito di sottili nastri di carta sui quali erano scritte
delle orazioni. Mentre il vecchio girava il mulino, urlava le sue preghiere
fino ad aver la schiuma alla bocca.
Un altro convento che ho visitato nelle valli del Transimalaya
è Lingo-Gumpa. Là ho visto e sentito delle cose inenarrabili
e ho avuto prova di una fede forte e di una sovrumana forza di volontà.
Nella sala più importante del tempio tutto era immerso nel buio
tranne le immagini degli dèi sull'altare che venivano illuminate
attraverso un buco quadrangolare nel tetto. Davanti ad esse alcuni monaci
si muovevano in silenzio come delle ombre, mentre altri, seduti sulle
panchine, cantavano. La magia del loro canto ritmico li faceva addormentare
e li introduceva in un cammino spirituale teso al raggiungimento della
beatitudine."
B.47
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