Testata interna
DOCUMENTI (SPECIALE 03) ULTIMO AGGIORNAMENTO 07/05/2006 HOME

DocumentiErnst Schaefer

SCHÄFER, Ernst

Köln
1910

Bad Bevensen
1992

Naturalista

- Dal rapporto riservato di ENRST SCHÄFER a WEISTHOR, a seguito della sua missione in Tibet (1939). Dagli archivi della SS Ahnenerbe.
"Dopo le prolungate richieste di finanziamento, il 16 ottobre 1938 ricevetti, come Lei sa, un sussidio per la nuova missione in Tibet. E, mandato qualche telegramma, fummo subito pronti a partire. Mentre Kiss e i suoi compravano le tende ed i cibi in India, io acquistavo in Germania strumenti scientifici, armi e munizioni. La nostra intenzione era quella di addentrarci nel cuore del Tibet non solo per conoscere i grandi e misteriosi animali del paese e studiarne da vicino la riproduzione e il modo di vivere, ma anche per approfondire la conoscenza della flora himalayana.
Nell'aprile del 1939 comincia il mio viaggio nell'Asia orientale. A Shangai incontrai tutti i partecipanti della spedizione. Per una fortunata coincidenza il Panchen-Lama, il più alto dignitario ecclesiastico del Tibet, si trovava in quei giorni a Hangtschou, nei dintorni di Shangai, dove presenziava ad una festa buddhista. Così una mattina di giugno partii per Hangtschou, dove chiesi un'udienza dal Pan­chen-Lama. Fui molto contento di sentire che si tratteneva in un tempio sulle montagne per celebrare una grande cerimonia per la pace dei suoi popoli, anche perché avevamo l'intenzione di fare pace con i banditi tibetani. Hangtschou è una delle città più affascinanti della Cina. Purtroppo avevo poco tempo per ammirare le sue bellezze visto che dovevo assolutamente riuscire a parlare con il Panchen-Lama e a fotografarlo: una sua foto può fare miracoli se presentata ad alcuni sovrani. Ma solo chi conosce le fredde etichette asiatiche e gli inavvicinabili cortigiani dei grandi preti e dei re buddisti può capire come la mia impresa di conoscere il monarca vivente più importante del Tibet fosse abbastanza audace, se non senza speranza. Cominciai a indagare sul suo conto e subito, con mia grande delusione venni a sapere che il Panchen-Lama non aveva mai ricevuto un uomo bianco prima d'allora. Non sembrava esserci alcuna speranza per arrivare al cospetto dell'illustre Maestro. Da precedenti incontri con alti dignitari della Chiesa Lamaica avevo imparato che i muri dei vassalli buddisti Lamaki si possono superare solo con un comportamento ponderato e risoluto. E io ci dovevo riuscire. Prima, però, avrei dovuto trovare gli intermediari giusti, guadagnarmi la loro confidenza e poi chiarire le mie intenzioni. Chiesi al mio compatriota, il dottor Rose, di aiutarmi. Dopo solo dieci minuti egli lasciò il suo laboratorio con una lettera di raccomandazione per il dottor Winjards, il medico personale polacco del Panchen­Lama. Velocemente mi recai verso il tempio nella foresta. All'ingresso pagai il mio coolie, pronto a iniziare l'avventura. Alcuni soldati armati di baionette tentarono di vietarmi l'accesso ma alla fine riuscii a entrare nel santuario. Un gruppo di Lama tibetani, con vesti rosse e ondeggianti, si avvicinò. Nessuno rispose alle mie domande: continuavano a camminare a piedi scalzi mormorando le loro preghiere. Allora provai a chiedere ad alcuni cinesi. Furono molto gentili, misero le mani giunte, si inchinarono e sorrisero, ma neanche loro seppero darmi informazioni. Nes­suno di loro capiva il mio cinese e a nessuno sembrò familiare il nome del medico polacco. Girai per ore nell'immenso giardino del tempio finché apparve, come un deus ex machina, un uomo bianco. Inutile dire che si trattava del dottor Winjards. Era un uomo gentile, che parlava benissimo il tedesco. Bevemmo un tè verde cinese e poi provammo subito a raggiungere il Panchen-Lama. Dopo aver attraversato una parte della foresta arrivammo ad una specie di castello. All'ingresso alti dignitari cinesi e tibetani, noncuranti del nostro arrivo, continuavano a parlare voce bassa. Ci inchinammo secondo il costume del paese, e ci mettemmo silenziosi in un angolo finché arrivarono dei servitori a portarci del tè. Dopo un po' comparve il medico personale tibetano del Panchen-Lama e siccome non avevo portato alcun regalo mi squadrò con diffidenza. Ma dopo avergli raccontato che avevo già visitato il Tibet, «il grande paese dei ghiacciai», la sua espressione cambiò. Avevo vinto il gioco. Quel giorno però non fu possibile vedere il Panchen-Lama perchè stava riposando. Così ci salutammo.
Il giorno seguente tornammo con un appuntamento. [...] Dopo la cerimonia nel tempio ci ricevette il primo segretario del Panchen-Lama, l'unico tra le centinaia di persone che circondavano il prete-dio ad avere il privilegio di poterlo guardare negli occhi quando otteneva udienza. Attese il momento astrologicamente favorevole per chiedere al Maestro se voleva ricevermi, così nel frattempo accompagnai il dottor Winjards durante la sua visita ai malati [...]. Infine apparve un dignitario che chiese con poche parole di seguirlo e dei monaci servitori separarono delle tende gialle al nostro passaggio. Attraversammo velocemente un atrio e entrammo in una stanza tutta decorata di oro: davanti a noi era il Panchen-Lama, un uomo robusto, di media altezza, con i capelli leggermente brizzolati e un'espressione del viso gentile ma energica. Negli occhi scuri si rifletteva l'anima di un uomo modesto e allo stesso tempo di una divinità sovrumana. Durante l'inchino egli ci sorrise e s'avvicinò. Il segretario chiese al Panchen-Lama qualcosa in tibetano.
La risposta venne tradotta prima in cinese poi in inglese, così come il resto della conversazione. Prima di parlarci il Panchen-Lama volle essere visitato. Mentre il medico gli tastava il polso, un servitore gli portò una piccola scatola con piccoli strumenti in argento con cui il egli si stuzzicò i denti e rovistò nel naso e nelle orecchie. Alla fine della visita il segretario mi comunicò che avevo il permesso di parlare. In un primo momento ci scambiammo semplici domande di cortesia, e poi parlai dei miei progetti di viaggio ai quali il Panchen-Lama sembrò interessarsi molto. Quando sentì che ero tedesco i suoi occhi brillaro­no. Mi chiese quanto fosse lontana la Germania, se avessi incontrato dei banditi durante il mio viaggio e se fossi con­tento della mia mandria. Mi pose tutte queste domande sorprendenti con molto interesse e sembrava credere che anche in Germania c'erano tanti nomadi e banditi.
Raccontai del mio primo viaggio in Tibet e menzionai senza diffidenza il nome del re di Muli, il più temuto di tutti i tiranni Lamaici del Tibet orientale, con il quale già nel 1931 non avevo avuto delle belle esperienze. Appena pronunciato il nome del re di Muli, il sorriso del prete tibetano svanì palesando un certo disprezzo con un brusco movimento della mano. Solo in quel momento mi venne in mente che i grandi Lama di Lhasa e il re di Muli erano stati rivali accaniti nel conflitto per la divisione del potere in Tibet. Cambiai subito argomento ma il Panchen-Lama era visibilmente offeso. Neanche al congedo mi diede la mano, né mi accompagnò alla porta come aveva fatto al nostro arrivo. Solo qualche giorno dopo riuscimmo ad ottenere passaporti per il Tibet prowisti della firma del Panchen­Lama e del suo sacro timbro. In quei giorni era arrivato in Hangtschou l'Antchin-Lama, un grande inviato tibetano che da anni curava le trattative con il governo cinese. L'Antchin aveva affrontato un lungo viaggio attraverso l'India con lo scopo di convincere il Panchen-Lama a tornare al più presto in Tibet perché il Dalai Lama, morto durante finverno precedente, aveva espresso il desiderio di vederlo esercitare il potere religioso e temporale su tutto il Tibet.
In quell'occasione entrai in possesso di una serie di documenti che un giovane Lama che conosceva finglese mi aiutò a decifrare.
L'ultima profezia del Lama detto il Re del Mondo
Quando feci visita al suo monastero nel 1921, il Hutuk­tu di Narabanci mi fece questo racconto.
Quando il Re del Mondo apparve ai Lama favoriti da Dio, in questo monastero trent'anni fa, fece una profezia per il mezzo secolo che cominciava allora. La profezia diceva: «Gli uomini dimenticheranno sempre più l'anima per occuparsi del corpo. I più grandi peccati e la corruzione regneranno sulla terra. Gli uomini diverranno come belve feroci, assetate del sangue e della morte dei loro fratelli. La Mezza Luna si offuscherà e i suoi seguaci cadranno in povertà e in una guerra senza fine. I suoi vincitori saranno colpiti dal sole ma non si innalzeranno, e per due volte saranno visitati dalle sventure più gravi che termineranno in insulti al cospetto degli altri popoli. Cadranno le corone dei re, grandi e piccoli: una, due, tre, quattro, cin­que, sei, sette, otto... Ci sarà una guerra terribile fra tutti i popoli. I mari si vedranno colorati in rosso. Le terre e il fondo del mare si ricopriranno d'ossa. I regni andranno in frantumi. Intere popolazioni morranno: fame, peste, delitti mai visti al mondo. I nemici di Dio e dello spirito divino nell'uomo verranno. Coloro che prendono la mano dell'altro periranno pure. I dimenticati, i perseguitati si leveranno, e richiameranno l'attenzione del mondo intero. Vi sarà nebbia e tempesta. Montagne nude si copriranno all'improvviso di foreste. Verranno terremoti. Milioni di uomini muteranno le catene della schiavitù e dell'umiliazione in quelle della fame, della peste e della morte. Le antiche strade si ricopriranno di popoli vaganti da un paese all'altro, le città più grandi e più nobili periranno nel fuoco. Il padre insorgerà contro il figlio, il fratello contro il fratello, la madre contro la figlia. E seguiranno il vizio, il delitto, la distruzione del corpo e dell'anima. La fedeltà e l'amore scompariranno. Di diecimila uomini uno solo sopravviverà: sarà nudo e demente e senza forza né arte per costruirsi una casa e procacciarsi da vivere. Ululerà come il lupo furente, divorerà i cadaveri, mangerà la sua carne e sfiderà a battaglia Iddio... Tutta la terra si vuoterà. Dio le volterà le spalle, e non vi sarà che la notte e la morte. Allo­ra le manderà un popolo, ancora sconosciuto, che con mano forte strapperà le erbe cattive della follia e del vizio e condurrà coloro che ancora rimarranno fedeli allo spirito dell'uomo alla battaglia contro il Male. Essi ritroveranno una vita nuova sulla terra purificata dalla morte delle nazioni. Nel cinquantesimo anno solo tre grandi regni ci saranno, che vivranno felici per settantuno anni. Poi vi saranno diciotto anni di guerra e distruzione. Infine i popoli di Agharti saliranno dalle caverne sotterranee alla superficie della terra»."
B.47