 
SCHÄFER, Ernst
Köln
1910
Bad Bevensen
1992
Naturalista
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- Dal rapporto riservato
di ENRST SCHÄFER a WEISTHOR, a seguito della sua missione in Tibet
(1939). Dagli archivi della SS Ahnenerbe.
"Dopo le prolungate richieste di finanziamento, il 16
ottobre 1938 ricevetti, come Lei sa, un sussidio per la nuova missione
in Tibet. E, mandato qualche telegramma, fummo subito pronti a partire.
Mentre Kiss e i suoi compravano le tende ed i cibi in India, io acquistavo
in Germania strumenti scientifici, armi e munizioni. La nostra intenzione
era quella di addentrarci nel cuore del Tibet non solo per conoscere
i grandi e misteriosi animali del paese e studiarne da vicino la riproduzione
e il modo di vivere, ma anche per approfondire la conoscenza della flora
himalayana.
Nell'aprile del 1939 comincia il mio viaggio nell'Asia orientale. A
Shangai incontrai tutti i partecipanti della spedizione. Per una fortunata
coincidenza il Panchen-Lama, il più alto dignitario ecclesiastico
del Tibet, si trovava in quei giorni a Hangtschou, nei dintorni di Shangai,
dove presenziava ad una festa buddhista. Così una mattina di
giugno partii per Hangtschou, dove chiesi un'udienza dal Panchen-Lama.
Fui molto contento di sentire che si tratteneva in un tempio sulle montagne
per celebrare una grande cerimonia per la pace dei suoi popoli, anche
perché avevamo l'intenzione di fare pace con i banditi tibetani.
Hangtschou è una delle città più affascinanti della
Cina. Purtroppo avevo poco tempo per ammirare le sue bellezze visto
che dovevo assolutamente riuscire a parlare con il Panchen-Lama e a
fotografarlo: una sua foto può fare miracoli se presentata ad
alcuni sovrani. Ma solo chi conosce le fredde etichette asiatiche e
gli inavvicinabili cortigiani dei grandi preti e dei re buddisti può
capire come la mia impresa di conoscere il monarca vivente più
importante del Tibet fosse abbastanza audace, se non senza speranza.
Cominciai a indagare sul suo conto e subito, con mia grande delusione
venni a sapere che il Panchen-Lama non aveva mai ricevuto un uomo bianco
prima d'allora. Non sembrava esserci alcuna speranza per arrivare al
cospetto dell'illustre Maestro. Da precedenti incontri con alti dignitari
della Chiesa Lamaica avevo imparato che i muri dei vassalli buddisti
Lamaki si possono superare solo con un comportamento ponderato e risoluto.
E io ci dovevo riuscire. Prima, però, avrei dovuto trovare gli
intermediari giusti, guadagnarmi la loro confidenza e poi chiarire le
mie intenzioni. Chiesi al mio compatriota, il dottor Rose, di aiutarmi.
Dopo solo dieci minuti egli lasciò il suo laboratorio con una
lettera di raccomandazione per il dottor Winjards, il medico personale
polacco del PanchenLama. Velocemente mi recai verso il tempio nella
foresta. All'ingresso pagai il mio coolie, pronto a iniziare l'avventura.
Alcuni soldati armati di baionette tentarono di vietarmi l'accesso ma
alla fine riuscii a entrare nel santuario. Un gruppo di Lama tibetani,
con vesti rosse e ondeggianti, si avvicinò. Nessuno rispose alle
mie domande: continuavano a camminare a piedi scalzi mormorando le loro
preghiere. Allora provai a chiedere ad alcuni cinesi. Furono molto gentili,
misero le mani giunte, si inchinarono e sorrisero, ma neanche loro seppero
darmi informazioni. Nessuno di loro capiva il mio cinese e a nessuno
sembrò familiare il nome del medico polacco. Girai per ore nell'immenso
giardino del tempio finché apparve, come un deus ex machina,
un uomo bianco. Inutile dire che si trattava del dottor Winjards. Era
un uomo gentile, che parlava benissimo il tedesco. Bevemmo un tè
verde cinese e poi provammo subito a raggiungere il Panchen-Lama. Dopo
aver attraversato una parte della foresta arrivammo ad una specie di
castello. All'ingresso alti dignitari cinesi e tibetani, noncuranti
del nostro arrivo, continuavano a parlare voce bassa. Ci inchinammo
secondo il costume del paese, e ci mettemmo silenziosi in un angolo
finché arrivarono dei servitori a portarci del tè. Dopo
un po' comparve il medico personale tibetano del Panchen-Lama e siccome
non avevo portato alcun regalo mi squadrò con diffidenza. Ma
dopo avergli raccontato che avevo già visitato il Tibet, «il
grande paese dei ghiacciai», la sua espressione cambiò.
Avevo vinto il gioco. Quel giorno però non fu possibile vedere
il Panchen-Lama perchè stava riposando. Così ci salutammo.
Il giorno seguente tornammo con un appuntamento. [...] Dopo la cerimonia
nel tempio ci ricevette il primo segretario del Panchen-Lama, l'unico
tra le centinaia di persone che circondavano il prete-dio ad avere il
privilegio di poterlo guardare negli occhi quando otteneva udienza.
Attese il momento astrologicamente favorevole per chiedere al Maestro
se voleva ricevermi, così nel frattempo accompagnai il dottor
Winjards durante la sua visita ai malati [...]. Infine apparve un dignitario
che chiese con poche parole di seguirlo e dei monaci servitori separarono
delle tende gialle al nostro passaggio. Attraversammo velocemente un
atrio e entrammo in una stanza tutta decorata di oro: davanti a noi
era il Panchen-Lama, un uomo robusto, di media altezza, con i capelli
leggermente brizzolati e un'espressione del viso gentile ma energica.
Negli occhi scuri si rifletteva l'anima di un uomo modesto e allo stesso
tempo di una divinità sovrumana. Durante l'inchino egli ci sorrise
e s'avvicinò. Il segretario chiese al Panchen-Lama qualcosa in
tibetano.
La risposta venne tradotta prima in cinese poi in inglese, così
come il resto della conversazione. Prima di parlarci il Panchen-Lama
volle essere visitato. Mentre il medico gli tastava il polso, un servitore
gli portò una piccola scatola con piccoli strumenti in argento
con cui il egli si stuzzicò i denti e rovistò nel naso
e nelle orecchie. Alla fine della visita il segretario mi comunicò
che avevo il permesso di parlare. In un primo momento ci scambiammo
semplici domande di cortesia, e poi parlai dei miei progetti di viaggio
ai quali il Panchen-Lama sembrò interessarsi molto. Quando sentì
che ero tedesco i suoi occhi brillarono. Mi chiese quanto fosse
lontana la Germania, se avessi incontrato dei banditi durante il mio
viaggio e se fossi contento della mia mandria. Mi pose tutte queste
domande sorprendenti con molto interesse e sembrava credere che anche
in Germania c'erano tanti nomadi e banditi.
Raccontai del mio primo viaggio in Tibet e menzionai senza diffidenza
il nome del re di Muli, il più temuto di tutti i tiranni Lamaici
del Tibet orientale, con il quale già nel 1931 non avevo avuto
delle belle esperienze. Appena pronunciato il nome del re di Muli, il
sorriso del prete tibetano svanì palesando un certo disprezzo
con un brusco movimento della mano. Solo in quel momento mi venne in
mente che i grandi Lama di Lhasa e il re di Muli erano stati rivali
accaniti nel conflitto per la divisione del potere in Tibet. Cambiai
subito argomento ma il Panchen-Lama era visibilmente offeso. Neanche
al congedo mi diede la mano, né mi accompagnò alla porta
come aveva fatto al nostro arrivo. Solo qualche giorno dopo riuscimmo
ad ottenere passaporti per il Tibet prowisti della firma del PanchenLama
e del suo sacro timbro. In quei giorni era arrivato in Hangtschou l'Antchin-Lama,
un grande inviato tibetano che da anni curava le trattative con il governo
cinese. L'Antchin aveva affrontato un lungo viaggio attraverso l'India
con lo scopo di convincere il Panchen-Lama a tornare al più presto
in Tibet perché il Dalai Lama, morto durante finverno precedente,
aveva espresso il desiderio di vederlo esercitare il potere religioso
e temporale su tutto il Tibet.
In quell'occasione entrai in possesso di una serie di documenti che
un giovane Lama che conosceva finglese mi aiutò a decifrare.
L'ultima profezia del Lama detto il Re del Mondo
Quando feci visita al suo monastero nel 1921, il Hutuktu di Narabanci
mi fece questo racconto.
Quando il Re del Mondo apparve ai Lama favoriti da Dio, in questo monastero
trent'anni fa, fece una profezia per il mezzo secolo che cominciava
allora. La profezia diceva: «Gli uomini dimenticheranno sempre
più l'anima per occuparsi del corpo. I più grandi peccati
e la corruzione regneranno sulla terra. Gli uomini diverranno come belve
feroci, assetate del sangue e della morte dei loro fratelli. La Mezza
Luna si offuscherà e i suoi seguaci cadranno in povertà
e in una guerra senza fine. I suoi vincitori saranno colpiti dal sole
ma non si innalzeranno, e per due volte saranno visitati dalle sventure
più gravi che termineranno in insulti al cospetto degli altri
popoli. Cadranno le corone dei re, grandi e piccoli: una, due, tre,
quattro, cinque, sei, sette, otto... Ci sarà una guerra
terribile fra tutti i popoli. I mari si vedranno colorati in rosso.
Le terre e il fondo del mare si ricopriranno d'ossa. I regni andranno
in frantumi. Intere popolazioni morranno: fame, peste, delitti mai visti
al mondo. I nemici di Dio e dello spirito divino nell'uomo verranno.
Coloro che prendono la mano dell'altro periranno pure. I dimenticati,
i perseguitati si leveranno, e richiameranno l'attenzione del mondo
intero. Vi sarà nebbia e tempesta. Montagne nude si copriranno
all'improvviso di foreste. Verranno terremoti. Milioni di uomini muteranno
le catene della schiavitù e dell'umiliazione in quelle della
fame, della peste e della morte. Le antiche strade si ricopriranno di
popoli vaganti da un paese all'altro, le città più grandi
e più nobili periranno nel fuoco. Il padre insorgerà contro
il figlio, il fratello contro il fratello, la madre contro la figlia.
E seguiranno il vizio, il delitto, la distruzione del corpo e dell'anima.
La fedeltà e l'amore scompariranno. Di diecimila uomini uno solo
sopravviverà: sarà nudo e demente e senza forza né
arte per costruirsi una casa e procacciarsi da vivere. Ululerà
come il lupo furente, divorerà i cadaveri, mangerà la
sua carne e sfiderà a battaglia Iddio... Tutta la terra si vuoterà.
Dio le volterà le spalle, e non vi sarà che la notte e
la morte. Allora le manderà un popolo, ancora sconosciuto,
che con mano forte strapperà le erbe cattive della follia e del
vizio e condurrà coloro che ancora rimarranno fedeli allo spirito
dell'uomo alla battaglia contro il Male. Essi ritroveranno una vita
nuova sulla terra purificata dalla morte delle nazioni. Nel cinquantesimo
anno solo tre grandi regni ci saranno, che vivranno felici per settantuno
anni. Poi vi saranno diciotto anni di guerra e distruzione. Infine i
popoli di Agharti saliranno dalle caverne sotterranee alla superficie
della terra»."
B.47
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