Testata interna
MEIN KAMPF (03) ULTIMO AGGIORNAMENTO 09/10/2006 HOME

Testatina L'UomoAdolf Hitler

Adolf HITLER

Braunau am Inn
20 aprile 1889

Berlino
30 aprile 1945

Führer del Terzo Reich

 

BRANI SCELTI
Mein Leben

Cap.III
Considerazioni generali e politiche
del mio periodo viennese

Pagina precedente - Pagina successiva
Indice

- L’uomo, salvo particolarissimi casi, non deve occuparsi apertamente di politica prima di avere trent'anni. Non lo deve fare perché, prima di quella età, si forma in lui solo una base generale, dalla quale egli poi esamina i concreti problemi politici e stabilisce definitivamente i suoi rapporti con essi. È solo dopo avere raggiunto una simile visione basilare del mondo, e la solidità del proprio modo di considerare i diversi problemi quotidiani, che l’uomo, ormai interiormente maturo, potrà partecipare alla direzione politica della collettività.
Diversamente egli corre il pericolo di dover mutare la sua posizione nei confronti di qualche problema essenziale, o restare attaccato controvoglia a una visione che la sua ragione e la sua convinzione hanno ripudiato da tempo. Nel primo caso la cosa è piuttosto penosa, perché egli non può più fare affidamento sulla fede assoluta dei suoi seguaci, se lui stesso ondeggia; ma per i suoi aderenti il cambiamento del capo significa uno sbandamento e comporta un sentimento di vergogna nei confronti degli avversari contro cui hanno fin lì combattuto. Nel secondo caso avviene quello che così spesso noi vediamo oggi: proprio nella misura in cui il condottiero non crede più a ciò che ha detto, la sua condotta si fa vuota e banale, e molto volgare la sua scelta dei mezzi. Mentre egli stesso non pensa più a difendere seriamente le sue idealità politiche (non si muore per ciò in cui non si crede), aumentano invece le sue pretese nei confronti dei suoi seguaci finché egli rinuncia alle ultime caratteristiche di capo per trasformarsi in uomo politico; cioè una specie di uomo la cui unica convinzione è di non averne, appaiata a uno sfrontato carrierismo e a una vergognosissima arte menzognera.

- Un capo che debba abbandonare la base della sua visione del mondo perché l’ha riconosciuta falsa, agisce con dignità solo se è pronto a trarre l’estrema conseguenza di questo riconoscimento dell'errore del suo passato modo di vedere. Egli dovrà, se non altro, rinunciare al pubblico esercizio della politica. Dato che, se già una volta egli ha errato nei problemi di fondo, c'è la possibilità che il fatto si ripeta una seconda volta. Ma in nessun caso egli ha il diritto di pretendere ancora la fiducia dei suoi concittadini, o magari di cercarlo.

- La base dello Stato nazionale, che nella sua struttura popolare possiede una forza di conservazione che continua anche se fallisce il governo politico. Uno Stato di razza unica può, in virtù del peso naturale dei suoi abitanti come anche della forza di resistenza che vi è implicita, sopportare in modo straordinario lunghi periodi di pessima amministrazione o direzione, senza disgregarsi al suo interno.

- La democrazia dell'occidente precorre il marxismo, che non sarebbe pensabile senza di essa. Essa soltanto fornisce il terreno favorevole a questa pestilenza, che solo così può diffondersi. E nella sua espressione esteriore, il parlamentarismo, essa creò quell'«aborto di fango e di fuoco» di cui, ai miei occhi, non si era spento che il fuoco.

- Il Parlamento prende una decisione le cui conseguenze possono essere spaventevoli: nessuno ne porta la responsabilità, nessuno può essere chiamato a risponderne. O si può forse chiamare responsabilità il fatto che nella migliore delle ipotesi il governo colpevole è costretto a ritirarsi? O il fatto che muti la coalizione, o che si sciolga il Parlamento? Può forse un'ondivaga maggioranza di persone essere mai ritenuta responsabile? Il concetto di responsabilità non è forse legato alla persona? E si può concretamente rendere responsabile la personalità che dirige un governo, per azioni la cui attuazione è in funzione della volontà di una molteplicità di uomini?
E ancora: il compito dell'uomo di Stato consisterà allora non tanto nella creazione di grandi pensieri e di programmi, quanto nella genialità di render chiari i suoi piani a un gregge di teste vuote per elemosinarne il voto? È dunque questo il criterio dell'uomo di Stato: che egli possieda il dono di convincere, almeno nella stessa misura dell'abilità di prendere grandi decisioni? E l’incapacità di un Capo è forse dimostrata dal fatto che non gli riesce di guadagnare a una sua idea la maggioranza di un mucchio di gente messa assieme da una serie di circostanze più o meno pulite? E quando mai una simile maggioranza ha capito un'idea prima che il successo gliene garantisca la grandezza? Non è forse la più grande azione possibile una protesta del genio contro i rappresentanti della massa?
E che cosa può fare l’uomo di Stato se non gli riesce di accattivarsi il favore di quel gregge? Deve forse comprarlo? O, di fronte alla stupidità dei suoi concittadini, gli toccherà di rinunciare alle idee che gli sembravano necessità vitali, e ritirarsi, o dovrà restare ugualmente al potere? In un caso simile l’uomo forte non cade forse in un irrisolvibile conflitto tra la sua coscienza e la decenza? Dov'è il confine che separa la responsabilità verso la collettività da quella verso il proprio onore? Ogni vero Capo non deve rifiutarsi di essere degradato in questo modo a carrierista politico? Ma, di converso, ogni carrierista politico non si sentirà legittimato a fare politica, dato che l’ultima responsabilità non sarà sua, ma di quel gregge indistinto? II principio di maggioranza non porta alla distruzione del pensiero del condottiero di popoli? Si crede forse che il progresso del mondo esca dal cervello delle maggioranze e non dal cervello dei singoli? O che in avvenire questa caratteristica della cultura umana potrà essere sostituita?
Dal momento che il principio parlamentare della maggioranza rifiuta l’autorità della persona e la sostituisce col numero del gregge, esso pecca nei confronti del pensiero fondamentale aristocratico della natura.

- la maggioranza non può mai sostituire il singolo. Essa non è soltanto la rappresentanza dell'idiozia popolare, ma anche della sua vigliaccheria. E come cento teste vuote non fanno un saggio, così da cento vigliacchi non nasce certo una decisione eroica.
Ma quanto meno importa la responsabilità del singolo, tanto più aumenterà la quantità di coloro i quali si sentono chiamati a fornire alla Nazione la loro imperitura competenza!

- La conseguenza è uno spaventosamente rapido cambio di persone nei posti di comando: un risultato che è sempre svantaggioso e spesso catastrofico.

- Ne segue quindi un progressivo impoverimento dei ceti dirigenti.

- Non c'è nessun principio che, esaminato oggettivamente, si dimostri così errato come quello parlamentare. E ciò, anche a prescindere dal modo con cui si svolge la scelta dei signori rappresentanti del popolo, o con cui in genere arrivano alle loro funzioni e alle loro dignità. Che si tratti, qui, soltanto di una parcella dell'attuazione di un desiderio generale o magari di una necessità, lo capirà subito chiunque si accorga che la comprensione politica delle grandi masse non è così sviluppata da giungere da sé a una visione politica generale; e a scegliersi così le persone più adatte.
Ciò che noi usiamo chiamare opinione pubblica, poggia solo in minima parte su esperienze personali, o magari sulla conoscenza diretta dei singoli elettori; per la maggior parte si basa invece su una rappresentazione collettiva, la quale fa nascere in modo stranamente ostinato e insistente un cosiddetto "processo di chiarimento" dei problemi.
Come l’appartenenza confessionale è il risultato dell'educazione, mentre i bisogni religiosi sonnecchiano nell'intimo dell'uomo, così anche l’opinione politica della massa è il risultato finale di una propaganda quasi incredibile sull'anima e sulla ragione. Il momento più importante di una simile educazione politica, che è caratterizzato egregiamente dalla parola propaganda, sta nell'attività della stampa. È essa che si occupa di creare la conoscenza politica, e diventa perciò una specie di scuola per adulti. Ma questo insegnamento non è riservato allo Stato, bensì ad ambienti che spesso sono molto miserabili.

- Ma anche ad accontentarsi di esaminarne soltanto il prodotto, ce n'è a sufficienza per far balenare ai più indifferenti I'oggettiva assurdità dell'istituzione parlamentare. Il che risulterà assai più chiaramente - cioè quanto sia pericolosa e insensata quell'istituzione - non appena la si paragoni a una vera democrazia di tipo germanico. La caratteristica della prima sta nel fatto che circa cinquecento uomini, e adesso anche donne, vengono eletti per prendere in ogni campo le decisioni più importanti. Costoro rappresentano dunque, in pratica, il governo; perché anche se eleggono un ministero che conduce in apparenza gli affari dello Stato, esso è tale solo esteriormente. In realtà, i cosiddetti governi non possono fare un passo senza essersi procacciati in precedenza l’assenso dell'assemblea, né possono mai essere resi responsabili giacché la decisione conclusiva non spetta a loro in quanto tali, ma alla maggioranza della Camera. Essi non fanno che eseguire la volontà delle maggioranze occasionali. E per giudicarne appieno la capacità politica, bisogna limitarsi a considerare l’abilità con cui riescono ad adattarsi a quella maggioranza, o ad attirarla a sé.
Essi precipitano perciò dall'alta posizione di un vero governo, per mutarsi in mendicanti della incostante maggioranza. Il loro compito essenziale consiste nell'assicurarsi di volta in volta o il favore della maggioranza, o nel riuscire a coalizzarne abilmente una nuova più favorevole. Se la cosa riesce, potranno governare ancora qualche mese, in caso contrario se ne possono andare subito. La bontà delle loro intenzioni politiche, a ogni modo, non ha di per sé nessuna importanza. Così si perde praticamente qualsiasi senso di responsabilità.

- Nessuno crederà che dalle schede di una massa elettorale tutt'altro che intelligente possano nascere a centinaia gli uomini di Stato. Non si ripeterà mai abbastanza che dalle elezioni generali non possono nascere in nessun modo dei geni.

- Ma anche a prescindere completamente dalla genialità dei rappresentanti del popolo, si pensi a come sono diversi i problemi che vanno risolti, a come si debbano trovare soluzioni per cose che appartengono a campi assolutamente distanti, e si capirà subito quanto sia insufficiente l’istituzione di un governo che conferisce il diritto di decisione a un'assemblea di uomini, di cui soltanto una piccolissima parte possiede l’esperienza e la conoscenza dei problemi che appaiono volta a volta all'ordine del giorno. Le più importanti misure economiche vengono così proposte a un foro di cui appena un decimo può dimostrare di possedere una effettiva istruzione economica. Si può dunque concludere che le ultime decisioni riposano nelle mani di uomini ai quali manca qualsiasi adeguatezza per farlo.
E così per qualsiasi problema. Lo spunto sarà sempre dato da una maggioranza di incapaci e di ignoranti; anche se i problemi posti all'ordine del giorno comprendono tutti i settori della vita pubblica, e necessitano perciò di una grande elasticità e variabilità degli uomini che li devono decidere, la composizione della Camera rimane immutata. Ma non è assurdo lasciar decidere in materia di trasporti le stesse persone che il giorno dopo dovranno prendere una decisione di politica estera? Essi dovrebbero essere perlomeno dei geni universali, come ne appaiono di rado in un secolo. E non sono invece neppure dei cervelli, ma dilettanti tanto limitati quanto vanitosi e tronfi, gente di mezza tacca della specie più bassa. Da ciò viene l’incomprensibile leggerezza con la quale questi signori parlan di cose e prendono decisioni, che invece necessiterebbero l’esame approfondito dei più grandi spiriti. Decisioni della più grande importanza per l’avvenire di uno Stato, anzi di una nazione, vengono prese come se giocassero a carte, non come se avessero di fronte il destino di una razza.

- Lo scopo del nostro parlamentarismo odierno non è per l’appunto quello di creare un'assemblea di saggi, quanto piuttosto un gregge di zeri; la cui direzione, secondo direttive predeterminate, sarà tanto più facile quanto più grande la mediocrità dei singoli. Solo in questo modo si può fare una politica di partito, quale si usa oggi. E solo così è possibile che colui che tira i fili possa restare sempre in ombra, senza mai essere chiamato responsabile. In questo modo anche le decisioni più essenziali per la Nazione non saranno mai addebitate a un qualche mascalzone sconosciuto da tutti, ma caricate sulle spalle di tutta una fazione. E così cade in pratica ogni responsabilità, giacché questa è insita soltanto nel senso del dovere del singolo, e non in una riunione di chiacchieroni.
L'istituzione parlamentare è perciò utile e gradita soltanto ai più ipocriti filibustieri, proprio a coloro che non amano la luce del giorno; mentre sarà odiata da ogni persona retta, onesta, capace di personale responsabilità. Ecco perché questo tipo di democrazia è diventato lo strumento di quella razza che a causa dei suoi veri scopi sfugge la luce del sole, adesso e sempre. Soltanto l’ebreo può lodare un'istituzione che è sudicia e falsa come lui.
A ciò si contrappone la sincera democrazia tedesca della libera scelta del Capo il quale assume la piena responsabilità di tutte le sue azioni. Qui non c'è la singola votazione sui vari problemi, ma solo la scelta di un uomo il quale deve poi rispondere delle sue decisioni con la sua sostanza e con la sua vita. E se a questo si opponga che in simili condizioni sarà difficile trovare qualcuno che giochi la sua vita su un compito così rischioso, basterà rispondere: sia ringraziato Iddio che proprio in questo consiste il senso della democrazia germanica, non il primo indegno carrierista e imboscato morale giunto per scorciatoie al governo del popolo; ma che proprio per il peso della responsabilità che si deve assumere, gli incapaci e i deboli ne vengono spaventati e respinti.

- un'autorità statale ha il diritto di pretendere rispetto e obbedienza solo se corrisponde alle aspirazioni di un popolo.
L'autorità dello Stato fine a se stessa non è ammissibile, perché in tal caso ogni tirannia sarebbe inattacabile e sacra. Ma quando con i mezzi del potere statale un popolo venga condotto alla rovina, la ribellione di ogni singolo diventa non soltanto diritto, ma dovere. Né la domanda di quando un simile caso si presenti può essere risolta da una discussione teorica, ma dalla forza e dal successo.
Se i poteri del governo devono servire a mantenere l’autorità dello Stato, per quanto pessimo esso sia e contrario alle aspirazioni del popolo, è evidente che l’istinto di conservazione del popolo nella lotta contro quel potere per raggiungere la propria libertà e indipendenza, dovrà servirsi delle stesse armi di cui si serve l’avversario. La lotta si manterrà nell' ambito legale fino a quando anche il potere si serva di mezzi legali, ma non si rifuggirà dai mezzi illegali comee risposta all'illegalità dell'azione dello Stato.
Né va dimenticato che lo scopo più alto dell'esistenza umana non consiste nella conservazione di uno Stato o magari di un governo, ma nella conservazione della sua fisionomia di popolo. Ove questa sia in pericolo di essere sopraffatta o eliminata, la questione della legalità dei mezzi non ha più alcuna importanza. Anche se il potere costituito si serva dei cosiddetti mezzi legali, l’istinto di conservazione degIi oppressi è sempre la migliore giustificazione per la loro lotta, con tutti i mezzi. È solo dal riconoscimento di questa verità che si spiegano gli innumerevoli esempi di lotte per la libertà che la storia ci offre. È il diritto degli uomini che porta al diritto dello Stato.
Ma se un popolo soccombe in questa lotta per i diritti degli uomini, ciò significa che la bilancia del destino lo ha trovato troppo leggero per poter pretendere alla felicità di conservarsi su questa terra. Chi non è capace o pronto a lottare per la sua esistenza, costui la sempre giusta provvidenza ha già votato alla rovina. Il mondo non è fatto per i popoli vili.

- La partecipazione a un movimento di molti elementi di borghesia moderata pregiudicherà l’impostazione di un partito, e quindi esso perderà qualsiasi probabilità di guadagnarsi notevoli forze tolte al popolo. Perciò tale movimento non uscirà da uno stadio di continue critiche e pettegolezzi. Non vi si troverà mai una forte convinzione, unita a una forte volontà di sacrificio. Al suo posto sorgerà la tendenza a lenire la durezza della lotta mediante una collaborazione positiva, il che vuol dire col riconoscimento di ciò che è, per arrivare a una pace indolente.

- non si trattava di formare un nuovo partito, quanto di proclamare una nuova visione del mondo. Solo questa avrebbe potuto far scaturire la forza intima che avrebbe permesso di vincere la titanica lotta. Ma a questo scopo possono servire come capi soltanto le personalità migliori e più coraggiose.
Se una battaglia per una nuova visione del mondo non è condotta da eroi capaci di sacrifici, non si troveranno più in breve neanche dei combattenti coraggiosi fino alla morte. Chi combatte soltanto per la propria esistenza, non ha più molto da dire alla collettività. Ma per mantenere fede a simili premesse, è necessario che ciascuno sappia che il nuovo movimento otterrà magari la gloria dei posteri, ma non ha nulla da offrire per il tempo presente. Quanto più un movimento ha posti e sistemazioni da offrire, tanto più vi accorreranno le persone di minor fede, finché tali avventizi della politica sovrabbondano talmente in un partito vittorioso che i vecchi combattenti non riescono più a riconoscerlo; mentre i nuovi venuti li considerano come vecchie scorie e li spingono via. E con ciò, anche la missione di quel partito è finita...

- Occorre dunque che tutti gli odierni cavalieri letterari se lo lascino dire ancora una volta: le grandi trasformazioni del mondo non sono mai state provocate dalla penna d'oca. No, la penna non ha altro compito che di teorizzare. Invece la forza che mette in moto le grandi valanghe, religiose quanto storiche, è sempre stata la magia prodotta dalla parola pronunciata. Le masse popolari soggiacciono sempre alla veemenza della parola. E tutti i grandi movimenti sono sempre movimenti di popolo, sono scoppi vulcanici di passioni umane e di sentimenti dell'animo, attivati o dalla crudele dea della necessità, o dalla fiaccola incendiata delle parole scaraventate nella massa; ma non sono mai l’espressione gracile di letterati estetizzanti e di eroi da salotto.
Il destino dei popoli è messo in moto soltanto da una tempesta di ardenti passioni, e svegliare le passioni è facoltà esclusiva di chi le porta nel cuore. Solo la passione dà al predestinato le parole che come un maglio spalancano la porta che conduce al cuore del popolo. Ma a chi manchi Ia forza passionale e gli rimanga chiusa la bocca, costui non è certo stato prescelto dal Cielo a proclamarne la volontà. Perciò ogni scrittore resti vicino al suo calamaio, e si occupi di cose teoriche, se ne ha l’intelligenza e la capacità; ma non sarà certo chiamato a fare da condottiero.
Un movimento che si proponga ambiziosissime mete deve stare molto attento a non perdere il contatto col popolo. Ogni problema deve essere posto anzitutto in questa prospettiva - è in questa direzione che vanno prese le decisioni. Esso dovrà inoltre evitare tutto ciò che possa diminuire la sua capacità di agire sulle masse: e ciò non per motivi demagogici, ma per la semplice esperienza che senza I'enorme forza della massa popolare nessuna idea, per quanto appaia bella ed elevata, potrà essere realizzata. Solo la dura realtà determina la via che conduce alla meta; non voler percorrere vie difficili significa quasi sempre rinunciare allo scopo, che se ne sia consapevoli o meno.

- le leggi della democrazia appaiono all'uomo di principio molto più sacre del benessere di una Nazione. Perciò l’uno difenderà la peggiore tirannide che mandi in malora il popolo sol perché in essa si incarna l’autorità dello Stato; mentre l’altro rifiuta il miglior governo in quanto non corrisponde al suo modo di rappresentarsi la democrazia.

- L'educazione alla democrazia, al socialismo internazionale, o al pacifismo, è cosi immobile ed esclusiva, e in un certo senso così soggettiva, che la visione generale delle cose ne rimane fondamentalmente influenzata.

- Perciò il pacifista, in quanto soggettivamente e completamente devoto alla sua idea, cercherà sempre, di fronte a qualsiasi grave e ingiusta minaccia al suo popolo, una posizione di diritto oggettivo, e mai combatterà per un semplice e puro istinto di conservazione, a fianco della sua razza.

- Coloro che credono di poter giungere a una riforma religiosa attraverso una organizzazione politica, dimostrano solo di essere assolutamente privi della più vaga idea del divenire di rappresentazioni religiose o di dottrine di fede, e della loro influenza ecclesiastica. ln realtà non si può ubbidire a due padroni. Con ciò voglio dire che fondare o distruggere una religione mi pare cosa assai più essenziale che fondare e distruggere uno Stato, o ancor meno un partito.

- I partiti politici non hanno niente a che vedere coi problemi religiosi, fin dove questi non corrompano la razza perché estranei alla sua morale e ai suoi costumi; allo stesso modo, la religione non deve immischiarsi nelle chiacchiere di partito.
Se i dignitari del clero si servono di istituti o di dottrine religiose per danneggiare il loro popolo, non bisogna seguirli lungo questa strada, e combatterli con le stesse armi. Per il condottiero politico le dottrine religiose e le istituzioni del suo popolo devono essere intangibili, o in caso contrario cessi dall'esser politico e si faccia riformatore, se ne ha l’animo.

- Anche se ci fosse stato molto da criticare nella Chiesa, un partito politico non deve mai perdere di vista che la storia c'insegna che mai a un partito politico è riuscita una riforma religiosa. Né si studia la storia per dimenticarne le lezioni quando viene il momento di metterle in pratica, o per credere che la situazione attuale sia talmente diversa che le sue eterne verità non servano più; la si studia proprio per la sua utilità rispetto al tempo presente.

- L'arte di un vero condottiero popolare è sempre consistita nel non dividere l’attenzione della Nazione, ma nel concentrarla su un unico nemico. Quanto più unitaria è l’impostazione della volontà di lotta di un popolo, tanto più grande si fa la sua forza attrattiva e più potente la sua forza d'urto. Fa parte della genialità di un condottiero, far apparire gli avversari, anche i più disparati, come appartenenti a un'unica categoria, poiché l’individuazione di più nemici porta facilmente la gente malcerta e debole a dubitare della giustezza del proprio diritto. Se la massa, sempre ondeggiante, si trova in lotta contro molti nemici, entrerà subito in campo quella "oggettività" di cui si è detto, e nascerà la domanda se tutti gli altri abbiano davvero torto, se proprio solo al nostro movimento o al nostro popolo appartenga la verità. E con questo subentra la prima paralisi della propria forza.
Perciò anche una molteplicità di nemici interni deve sempre essere riunita sotto un indice comune, in modo che la massa dei propri aderenti creda di essere condotta contro un solo nemico. Ciò rinforza la fede nel proprio diritto e stimola la rabbia contro chi ci attacca.