| MEIN KAMPF (03) | ULTIMO AGGIORNAMENTO 09/10/2006 | HOME |
Adolf HITLER Braunau am Inn Berlino Führer del Terzo Reich
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- L’uomo, salvo particolarissimi casi, non deve occuparsi apertamente
di politica prima di avere trent'anni. Non lo deve fare perché,
prima di quella età, si forma in lui solo una base generale,
dalla quale egli poi esamina i concreti problemi politici e stabilisce
definitivamente i suoi rapporti con essi. È solo dopo avere raggiunto
una simile visione basilare del mondo, e la solidità del proprio
modo di considerare i diversi problemi quotidiani, che l’uomo,
ormai interiormente maturo, potrà partecipare alla direzione
politica della collettività. - Un capo che debba abbandonare la base della sua visione del mondo perché l’ha riconosciuta falsa, agisce con dignità solo se è pronto a trarre l’estrema conseguenza di questo riconoscimento dell'errore del suo passato modo di vedere. Egli dovrà, se non altro, rinunciare al pubblico esercizio della politica. Dato che, se già una volta egli ha errato nei problemi di fondo, c'è la possibilità che il fatto si ripeta una seconda volta. Ma in nessun caso egli ha il diritto di pretendere ancora la fiducia dei suoi concittadini, o magari di cercarlo. - La base dello Stato nazionale, che nella sua struttura popolare possiede una forza di conservazione che continua anche se fallisce il governo politico. Uno Stato di razza unica può, in virtù del peso naturale dei suoi abitanti come anche della forza di resistenza che vi è implicita, sopportare in modo straordinario lunghi periodi di pessima amministrazione o direzione, senza disgregarsi al suo interno. - La democrazia dell'occidente precorre il marxismo, che non sarebbe pensabile senza di essa. Essa soltanto fornisce il terreno favorevole a questa pestilenza, che solo così può diffondersi. E nella sua espressione esteriore, il parlamentarismo, essa creò quell'«aborto di fango e di fuoco» di cui, ai miei occhi, non si era spento che il fuoco. - Il Parlamento prende una decisione le cui conseguenze possono essere
spaventevoli: nessuno ne porta la responsabilità, nessuno può
essere chiamato a risponderne. O si può forse chiamare responsabilità
il fatto che nella migliore delle ipotesi il governo colpevole è
costretto a ritirarsi? O il fatto che muti la coalizione, o che si sciolga
il Parlamento? Può forse un'ondivaga maggioranza di persone essere
mai ritenuta responsabile? Il concetto di responsabilità non
è forse legato alla persona? E si può concretamente rendere
responsabile la personalità che dirige un governo, per azioni
la cui attuazione è in funzione della volontà di una molteplicità
di uomini? - la maggioranza non può mai sostituire il singolo. Essa non
è soltanto la rappresentanza dell'idiozia popolare, ma anche
della sua vigliaccheria. E come cento teste vuote non fanno un saggio,
così da cento vigliacchi non nasce certo una decisione eroica. - La conseguenza è uno spaventosamente rapido cambio di persone nei posti di comando: un risultato che è sempre svantaggioso e spesso catastrofico. - Ne segue quindi un progressivo impoverimento dei ceti dirigenti. - Non c'è nessun principio che, esaminato oggettivamente, si
dimostri così errato come quello parlamentare. E ciò,
anche a prescindere dal modo con cui si svolge la scelta dei signori
rappresentanti del popolo, o con cui in genere arrivano alle loro funzioni
e alle loro dignità. Che si tratti, qui, soltanto di una parcella
dell'attuazione di un desiderio generale o magari di una necessità,
lo capirà subito chiunque si accorga che la comprensione politica
delle grandi masse non è così sviluppata da giungere da
sé a una visione politica generale; e a scegliersi così
le persone più adatte. - Ma anche ad accontentarsi di esaminarne soltanto il prodotto, ce
n'è a sufficienza per far balenare ai più indifferenti
I'oggettiva assurdità dell'istituzione parlamentare. Il che risulterà
assai più chiaramente - cioè quanto sia pericolosa e insensata
quell'istituzione - non appena la si paragoni a una vera democrazia
di tipo germanico. La caratteristica della prima sta nel fatto che circa
cinquecento uomini, e adesso anche donne, vengono eletti per prendere
in ogni campo le decisioni più importanti. Costoro rappresentano
dunque, in pratica, il governo; perché anche se eleggono un ministero
che conduce in apparenza gli affari dello Stato, esso è tale
solo esteriormente. In realtà, i cosiddetti governi non possono
fare un passo senza essersi procacciati in precedenza l’assenso
dell'assemblea, né possono mai essere resi responsabili giacché
la decisione conclusiva non spetta a loro in quanto tali, ma alla maggioranza
della Camera. Essi non fanno che eseguire la volontà delle maggioranze
occasionali. E per giudicarne appieno la capacità politica, bisogna
limitarsi a considerare l’abilità con cui riescono ad adattarsi
a quella maggioranza, o ad attirarla a sé. - Nessuno crederà che dalle schede di una massa elettorale tutt'altro che intelligente possano nascere a centinaia gli uomini di Stato. Non si ripeterà mai abbastanza che dalle elezioni generali non possono nascere in nessun modo dei geni. - Ma anche a prescindere completamente dalla genialità dei rappresentanti
del popolo, si pensi a come sono diversi i problemi che vanno risolti,
a come si debbano trovare soluzioni per cose che appartengono a campi
assolutamente distanti, e si capirà subito quanto sia insufficiente
l’istituzione di un governo che conferisce il diritto di decisione
a un'assemblea di uomini, di cui soltanto una piccolissima parte possiede
l’esperienza e la conoscenza dei problemi che appaiono volta a
volta all'ordine del giorno. Le più importanti misure economiche
vengono così proposte a un foro di cui appena un decimo può
dimostrare di possedere una effettiva istruzione economica. Si può
dunque concludere che le ultime decisioni riposano nelle mani di uomini
ai quali manca qualsiasi adeguatezza per farlo. - Lo scopo del nostro parlamentarismo odierno non è per l’appunto
quello di creare un'assemblea di saggi, quanto piuttosto un gregge di
zeri; la cui direzione, secondo direttive predeterminate, sarà
tanto più facile quanto più grande la mediocrità
dei singoli. Solo in questo modo si può fare una politica di
partito, quale si usa oggi. E solo così è possibile che
colui che tira i fili possa restare sempre in ombra, senza mai essere
chiamato responsabile. In questo modo anche le decisioni più
essenziali per la Nazione non saranno mai addebitate a un qualche mascalzone
sconosciuto da tutti, ma caricate sulle spalle di tutta una fazione.
E così cade in pratica ogni responsabilità, giacché
questa è insita soltanto nel senso del dovere del singolo, e
non in una riunione di chiacchieroni. - un'autorità statale ha il diritto di pretendere rispetto e
obbedienza solo se corrisponde alle aspirazioni di un popolo. - La partecipazione a un movimento di molti elementi di borghesia moderata pregiudicherà l’impostazione di un partito, e quindi esso perderà qualsiasi probabilità di guadagnarsi notevoli forze tolte al popolo. Perciò tale movimento non uscirà da uno stadio di continue critiche e pettegolezzi. Non vi si troverà mai una forte convinzione, unita a una forte volontà di sacrificio. Al suo posto sorgerà la tendenza a lenire la durezza della lotta mediante una collaborazione positiva, il che vuol dire col riconoscimento di ciò che è, per arrivare a una pace indolente. - non si trattava di formare un nuovo partito, quanto di proclamare
una nuova visione del mondo. Solo questa avrebbe potuto far scaturire
la forza intima che avrebbe permesso di vincere la titanica lotta. Ma
a questo scopo possono servire come capi soltanto le personalità
migliori e più coraggiose. - Occorre dunque che tutti gli odierni cavalieri letterari se lo lascino
dire ancora una volta: le grandi trasformazioni del mondo non sono mai
state provocate dalla penna d'oca. No, la penna non ha altro compito
che di teorizzare. Invece la forza che mette in moto le grandi valanghe,
religiose quanto storiche, è sempre stata la magia prodotta dalla
parola pronunciata. Le masse popolari soggiacciono sempre alla veemenza
della parola. E tutti i grandi movimenti sono sempre movimenti di popolo,
sono scoppi vulcanici di passioni umane e di sentimenti dell'animo,
attivati o dalla crudele dea della necessità, o dalla fiaccola
incendiata delle parole scaraventate nella massa; ma non sono mai l’espressione
gracile di letterati estetizzanti e di eroi da salotto. - le leggi della democrazia appaiono all'uomo di principio molto più sacre del benessere di una Nazione. Perciò l’uno difenderà la peggiore tirannide che mandi in malora il popolo sol perché in essa si incarna l’autorità dello Stato; mentre l’altro rifiuta il miglior governo in quanto non corrisponde al suo modo di rappresentarsi la democrazia. - L'educazione alla democrazia, al socialismo internazionale, o al pacifismo, è cosi immobile ed esclusiva, e in un certo senso così soggettiva, che la visione generale delle cose ne rimane fondamentalmente influenzata. - Perciò il pacifista, in quanto soggettivamente e completamente devoto alla sua idea, cercherà sempre, di fronte a qualsiasi grave e ingiusta minaccia al suo popolo, una posizione di diritto oggettivo, e mai combatterà per un semplice e puro istinto di conservazione, a fianco della sua razza. - Coloro che credono di poter giungere a una riforma religiosa attraverso una organizzazione politica, dimostrano solo di essere assolutamente privi della più vaga idea del divenire di rappresentazioni religiose o di dottrine di fede, e della loro influenza ecclesiastica. ln realtà non si può ubbidire a due padroni. Con ciò voglio dire che fondare o distruggere una religione mi pare cosa assai più essenziale che fondare e distruggere uno Stato, o ancor meno un partito. - I partiti politici non hanno niente a che vedere coi problemi religiosi,
fin dove questi non corrompano la razza perché estranei alla
sua morale e ai suoi costumi; allo stesso modo, la religione non deve
immischiarsi nelle chiacchiere di partito. - Anche se ci fosse stato molto da criticare nella Chiesa, un partito politico non deve mai perdere di vista che la storia c'insegna che mai a un partito politico è riuscita una riforma religiosa. Né si studia la storia per dimenticarne le lezioni quando viene il momento di metterle in pratica, o per credere che la situazione attuale sia talmente diversa che le sue eterne verità non servano più; la si studia proprio per la sua utilità rispetto al tempo presente. - L'arte di un vero condottiero popolare è sempre consistita
nel non dividere l’attenzione della Nazione, ma nel concentrarla
su un unico nemico. Quanto più unitaria è l’impostazione
della volontà di lotta di un popolo, tanto più grande
si fa la sua forza attrattiva e più potente la sua forza d'urto.
Fa parte della genialità di un condottiero, far apparire gli
avversari, anche i più disparati, come appartenenti a un'unica
categoria, poiché l’individuazione di più nemici
porta facilmente la gente malcerta e debole a dubitare della giustezza
del proprio diritto. Se la massa, sempre ondeggiante, si trova in lotta
contro molti nemici, entrerà subito in campo quella "oggettività"
di cui si è detto, e nascerà la domanda se tutti gli altri
abbiano davvero torto, se proprio solo al nostro movimento o al nostro
popolo appartenga la verità. E con questo subentra la prima paralisi
della propria forza.
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