Testata interna
MEIN KAMPF (11) ULTIMO AGGIORNAMENTO 09/10/2006 HOME

Testatina L'UomoAdolf Hitler

Adolf HITLER

Braunau am Inn
20 aprile 1889

Berlino
30 aprile 1945

Führer del Terzo Reich

 

BRANI SCELTI
Mein Leben

Cap.XI
Popolo e razza

Pagina precedente - Pagina successiva
Indice

- l’intima unicità delle specie di tutti i viventi su questa terra.
Già a un'osservazione superficiale appare come legge ferrea di tutte le manifestazioni di
istinto vitale la forma determinata della procreazione e della moltiplicazione.

- Ogni incrocio di due esseri di grado diverso dà come prodotto una via di mezzo tra i diversi livelli dei due genitori. Ciò significa: la creatura starà più su dell'elemento inferiore della coppia, ma non sarà elevata quanto il superiore, perciò, nella lotta contro questa specie più alta, essa dovrà soccombere. Simili accoppiamenti contraddicono la volontà della natura, che tende a migliorare i prodotti vitali. La premessa di ciò non sta nell'accoppiare una specie più alta a una più bassa, quanto nella prevalenza della prima. Il più forte deve vincere, e non mischiarsi al più debole, sacrificando così la sua grandezza. Soltanto i deboli di natura trovano crudele questa legge, ma sono appunto creature molli e limitate; e se questa legge non dominasse il mondo, qualsiasi miglioramento della vita organica sarebbe inconcepibile.
La conseguenza di questo istinto fondamentale della natura nei confronti della purezza della razza non è soltanto una rigida delimitazione delle singole razze verso l’esterno, quanto anche la loro identità all'interno.- la lotta è sempre un mezzo per aumentare la salute e la resistenza della specie; una causa cioè del suo progresso.
Se le cose non stessero così cesserebbe ogni miglioramento della specie e subentrerebbe il
contrario.

- Nella misura in cui la natura non desidera l’accoppiamento di un più debole con un più forte, essa si oppone al miscuglio di una razza più alta con una razza più bassa, ché altrimenti la sua millenaria fatica selezionatrice ne verrebbe compromessa in un'ora sola. 9. L'esperienza storica ci offre a questo proposito una infinità di esempi. Essa ci mostra con spaventosa evidenza che a ogni mescolanza di sangue degli ariani con popoli inferiori ha corrisposto la fine dei portatori della cultura.

- Il risultato di ogni incrocio di razze è, in breve, il seguente: a) Abbassamento del livello della razza superiore; b) arretramento fisico e spirituale, e inizio di un contagio lento ma inesorabile.

- L'uomo che tenta di ribellarsi alla ferrea logica della natura, è coinvolto nella lotta contro i fondamenti cui deve la sua stessa esistenza come uomo, perciò la sua azione contro la natura lo porta inevitabilmente alla rovina.

- Ma anche a prescindere dal fatto che l’uomo non ha mai vinto la natura, e al massimo è riuscito a sollevare il velo sopra qualcuno dei suoi infiniti e giganteschi segreti; che perciò egli non inventa niente, ma scopre soltanto; che non domina la natura, ma è diventato solo, grazie alla conoscenza di alcune leggi naturali, il signore di altre creature alle quali questa conoscenza appunto manca - a prescindere dunque da tutto ciò: una mera idea non può distruggere le leggi del divenire dell'umanità, dato che essa dipende, a sua volta, dagli uomini, e quindi dalle leggi che ne sono le fondamenta.
Ma questo non basta! Determinate idee sono legate a determinate persone. Ciò vale soprattutto per quei pensieri la cui sostanza non deriva da una verità scientifica, ma dal mondo dei sentimenti. Tutte queste idee che non hanno niente in comune con la fredda logica, ma rappresentano espressioni emotive o immagini morali, sono strettamente congiunte all'esistenza degli uomini, alla cui forza creativa e rappresentativa esse devono la loro esistenza. In questo caso, la conservazione di tali speciali razze e uomini è la premessa dell'esistenza di simili idee.

- L'idea pacifista umanitaria è forse ottima, quando la razza più alta si sia conquistata il mondo diventando così l’unico signore della terra. In questo caso mancherebbe a quell'idea qualsiasi effetto pernicioso, appunto nella misura in cui la sua applicazione pratica diventerebbe scarsa o impossibile. Prima lotta; poi, magari, pacifismo. Nel caso opposto, l’umanità avrebbe raggiunto l’apice del suo sviluppo, e la fine non sarebbe più il trionfo di un'idea etica, ma barbarie e poi caos. A questo punto qualcuno potrà anche sorridere, ma in verità il nostro pianeta ha percorso gli spazi eterei, deserto di uomini, per milioni di anni; e potrà rifarlo ancora, se gli uomini dimenticano che essi non devono la loro elevata esistenza all'idea di qualche pazzo ideologo, ma piuttosto alla conoscenza e all'applicazione spietata di ferree leggi naturali.
Tutto ciò che noi oggi ammiriamo su questa terra - scienza e arte, tecnica e scoperte - è solo il prodotto geniale di pochi popoli e forse, in origine, di una sola razza. Da questi, a ogni modo, dipende l’esistenza di tutta la cultura; se vanno in rovina, con essi scomparirà la bellezza del mondo. Per quanto poi il territorio possa influire sugli uomini, anche qui il risultato sarà sempre diverso, a seconda delle razze. La scarsa fertilità di un territorio può stimolare una razza a grandissime iniziative, mentre sarà per un'altra la causa di amarissima povertà, di malnutrizione, con tutte le tragiche conseguenze. Le predisposizioni profonde dei popoli determinano anche in questo caso gli effetti dell'influenza esterna. Ciò che conduce gli uni a crepare di fame, educa invece gli altri al duro lavoro.
La causa ultima del tramonto dei popoli fu sempre l’oblìo, la misconoscenza del fatto che la cultura dipende dagli uomini e non viceversa; che dunque, per conservare una determinata cultura, è necessario conservare gli uomini che la producono. Ma questa conservazione è legata alla ferrea legge della necessità e del diritto della vittoria dei migliori e dei più forti. Chi vuol vivere deve combattere; ma chi non vuol lottare in questo mondo, non merita la
vita.

- Ciò che noi vediamo oggi, in materia di cultura o di arte o di scienza o di tecnica, è quasi esclusivamente il prodotto geniale dell'ariano. E questo ci porta alla ovvia conclusione che egli solo è stato il fondatore dei valori umani più alti, e rappresenta quindi il prototipo di ciò che designamo con la parola uomo. Egli è il Prometeo dell'umanità, dalla cui fronte radiosa scoccò in ogni tempo la scintilla del genio, accendendo ogni volta la fiaccola che illuminò di conoscenza la notte del silenzioso mistero; e così preparò la strada all'umanità per dominare le altre creature terrene. Lo si elimini, e quella oscurità tornerà ad avviluppare di nuovo la terra, la cultura umana tramonterà e il mondo si rifarà deserto...
Se si potesse dividere l’umanità in tre specie - fondatori di cultura, portatori di cultura e distruttori di cultura - il rappresentante della prima non potrebbe essere che l’ariano. Da lui derivano le fondamenta e le mura di ogni costruzione umana; e soltanto la forma esterna e il colore son condizionate dalle caratteristiche mutevoli dei diversi popoli. Egli fornisce le pietre e i piani per ogni progresso, e soltanto l’esecuzione corrisponde poi alle caratteristiche delle varie razze.

- se un popolo ottiene da una razza straniera la sua cultura, per poi, ove questa manchi, involversi nuovamente, si può considerare tale razza come portatrice di cultura, ma mai come creatrice di essa.

- Popolazioni ariane sottomettono - e quasi sempre in numero addirittura esiguo - popoli stranieri, e stimolati dalle situazioni speciali dei nuovi territori (fecondità, condizioni climateriche, ecc.) e favoriti dalla quantità delle riserve di uomini di razza inferiore, sviluppano le loro qualità spirituali e organizzative che parevano sonnecchiare. E spesso producono, in pochi secoli, delle culture che in origine corrispondono perfettamente alle caratteristiche peculiari della loro natura, adattate alle qualità del territorio, come anche alla tipologia dei popoli sottomessi. Fatalmente, i conquistatori peccano contro il principio della conservazione del proprio sangue, cominciano a unirsi agli indigeni sottomessi, e terminano così la loro esistenza; perché al peccato è sempre seguita la cacciata dal paradiso.

- I popoli creatori hanno appunto delle predisposizioni creative, anche se esse non sono riconosciute dagli osservatori superficiali. Anche qui, il riconoscimento segue sempre l’azione compiuta, perché il mondo non è capace di scoprire la genialità in sé, ma soltanto le sue manifestazioni sottoforma di scoperte, di invenzioni, di quadri, di costruzioni; e anche qui deve spesso passare molto tempo, affinché si giunga a conquistare un simile riconoscimento. E come nella vita del singolo uomo superiore la predisposizione geniale tende a realizzazioni pratiche eccitata solo da stimoli esterni, così anche nella vita dei popoli la valorizzazione delle forze creatrici
avviene soltanto se esistono determinate premesse. Ciò si osserva più chiaramente nei riguardi della razza che fu la molla di tutto lo sviluppo della cultura umana: gli ariani. Quando il destino li mette di fronte a circostanze speciali, essi cominciano a sviluppare le loro qualità latenti, in una successione sempre più rapida, e secondo forme sempre più visibili. Le culture che essi fondano sono quasi sempre determinate dal territorio, dal clima e dalle razze sottomesse. Quest'ultima condizione è, in genere, quella decisiva. Quanto più primitive sono le premesse tecniche per lo sviluppo della cultura, tanto più è necessaria la presenza di riserve umane le quali - organizzate, concentrate e dirette - sostituiscono la forza della macchina. Senza questa possibilità di impiegare uomini inferiori, l’ariano non avrebbe mai compiuto i primi passi della sua cultura; allo stesso modo, senza l’aiuto di certe bestie adatte che ha saputo addomesticare, non sarebbe giunto a una tecnica che gli permette ora di lentamente rimpiazzarle.

- Allo stesso modo la formazione di culture superiori presupponeva l’esistenza di uomini inferiori, in quanto la mancanza di strumenti tecnici doveva essere da questi sostituita. Certo, la prima cultura dell'umanità non poggiava tanto su bestie addomesticate, quanto sull'impiego di uomini inferiori. Solo dopo la riduzione a schiavitù delle razze sottomesse, lo stesso destino colpì anche gli animali; e non viceversa, come molti potrebbero credere. Toccò prima al vinto mettersi all'aratro - e solo più tardi al cavallo. Solo dei vaneggianti pacifisti possono considerare questo come un segno di malvagità umana; e non sanno vedere che quella tappa fu necessaria per arrivare finalmente a un livello dall'alto del quale questi apostoli possono offrire al mondo le loro ricette salvifiche.
Il progresso dell'umanità assomiglia al salire lungo una scala infinita: non si arriva in alto, se non si sono fatti i primi scalini. Allo stesso modo l’ariano dovette percorrere la strada che la realtà gli indicava, e non quella fantasticata da un moderno pacifista. Ma la via della realtà è dura e pesante, e conduce fin là dove l’altro sogna l’umanità senza poi saperla avvicinare di un passo. Non è dunque a caso, se le prime culture sono nate là dove gli ariani, nell'incontro con popoli inferiori, hanno potuto sottometterli. Questi sono stati i primi strumenti tecnici al servizio di una futura cultura.
Con ciò fu indicata all'ariano la via che doveva perseguire. Come conquistatore, egli sottomise gli uomini inferiori, ne regolò sotto il suo comando l’impiego pratico secondo la sua volontà e per i suoi scopi. Certo, mentre egli li sottoponeva a un'attività dura quanto utile, non soltanto risparmiava la vita dei servi, ma dava loro, forse, un destino migliore della loro primitiva libertà. Finché tenne fermo il suo principio di dominatore, egli restò non soltanto il padrone, ma anche il conservatore e l’aumentatore della cultura. Questa, infatti, dipendeva esclusivamente dalle sue qualità, e quindi dalla sua stessa conservazione. Ma quanto più i soggetti cominciarono a elevarsi, e probabilmente a avvicinarsi anche linguisticamente al conquistatore, tanto più presto cadde la netta separazione tra padrone e servo. L'ariano rinunciò alla purezza del suo sangue, e perse il suo soggiorno nel paradiso che lui stesso si era costruito. Si degradò con la mescolanza delle razze, perdette gradualmente le sue qualità culturali, finché cominciò ad assomigliare ai sottomessi, non solo spiritualmente ma anche fisicamente. Per qualche tempo egli poté ancora consumare le riserve di cultura, poi subentrò l’involuzione, e l’eroe scomparve nell'oblìo. In questo modo crollano le culture e i regni, per lasciare posto libero a nuovi Stati.
La mescolanza di sangue e la conseguente diminuzione del livello della razza è l’unica causa della morte delle antiche culture; gli uomini non si distruggono in conseguenza di guerre perdute, ma soltanto per la perdita di quella forza di resistenza che è peculiare a un sangue puro. Chi non è di buona razza in questa terra, è loglio. Tutta la storia del mondo è soltanto l’estrinsecazione dell'istinto di conservazione delle razze, in senso buono o cattivo. 30. Il problema delle cause profonde della eccezionale funzione degli ariani trova così risposta nel fatto che essa non dipende da una più forte predisposizione dell'istinto vitale in sé, quanto dal modo speciale di estrinsecarsi. La volontà di vita, considerata soggettivamente, è parimenti eguale in tutti, e si differenzia soltanto nelle sue concrete realizzazioni. Nelle creature elementari l’istinto di conservazione non oltrepassa il livello del proprio io. L'egoismo è così forte che coinvolge anche il tempo, in modo che ogni istante ha tali pretese da non voler concedere nulla alle ore successive. La bestia vive in questo stato, solo per se stessa, cerca il nutrimento soltanto per la fame del momento e lotta soltanto per la propria vita. Ma finché l’istinto di conservazione si esprime in questo modo, manca qualsiasi base per la costruzione di una vita collettiva, sia pure nella forma più primitiva della famiglia. Già una solidarietà tra maschio e femmina, al di là del mero accoppiamento, presuppone un allargamento dell'istinto di conservazione, in quanto la lotta e la preoccupazione per il proprio io deve ora comprendere anche l’altra parte; il maschio cerca talvolta il cibo per la femmina, o spesso lo cercano insieme per la prole. Uno interviene per la difesa dell'altro, e da qui nascono le prime forme, sia pure rudimentali, di una volontà di sacrificio. Quando questa volontà oltrepassa le barriere della famiglia, nasce la premessa per la costruzione di società giù grandi, e infine i veri Stati.

- Quanto più grande è poi la volontà di subordinare gli interessi personali, tanto più aumenta la capacità di formare delle collettività più ampie. Questa volontà di sacrificio, questa messa in gioco del proprio lavoro e della propria vita per la collettività, appare più marcata presso gli ariani. La grandezza di costoro non è tanto nelle loro qualità intellettuali, quanto nella misura della loro capacità di porre tutte le loro qualità al servizio della collettività. L'istinto di conservazione ha raggiunto presso di loro la forma più nobile, in quanto subordinano volontariamente il proprio io alla
collettività, e quando l’ora lo chieda arrivano anche al sacrificio di se stessi.
Non è dunque nelle sue doti intellettuali la causa della capacità costruttiva e formativa dell'ariano. Se possedesse solo quelli egli avrebbe potuto agire come distruttore, mai come organizzatore; giacché l’essenza stessa di ogni organizzazione poggia sul fatto che il singolo rinuncia all'affermazione della sua opinione personale come dei suoi interessi, per sacrificarli a vantaggio della collettività. Ed è solo attraverso questa collettività che egli ne ritrova una parte. Egli non lavora più unicamente per se stesso, ma colloca la sua attività nel quadro della collettività; né soltanto per il proprio utile, ma per l’utile di tutti. La più bella espressione di tale mentalità è data dalla parola "lavoro"; la quale non indica un'attività per la conservazione della vita in sé, ma un lavoro che corrisponda agli interessi della collettività. Nel caso opposto, essa determina una semplice fatica umana, in quanto tende all'istinto di conservazione senza riguardo al benessere sociale: come furto, speculazione, rapina, scasso, ecc...
Questa mentalità che fa indietreggiare l’interesse del proprio io a vantaggio della conservazione della collettività, è la vera premessa per ogni autentica cultura umana. Sì, da essa si capisce come mai molti sappiano sopportare onestamente una vita grama; una vita che impone loro povertà e modestia, ma nello stesso tempo fornisce alla collettività i fondamenti della sua esistenza. Ogni operaio, ogni contadino, ogni inventore o funzionario il quale lavora senza mai giungere per conto suo alla felicità o al benessere, è appunto un portatore di quell'alta idea, anche se il significato profondo della sua attività gli rimanga spesso oscuro.
Ciò che vale per il lavoro come fondamento per il nutrimento umano e per ogni progresso, vale ancor più per la difesa degli uomini e della loro cultura. Nell'offerta della propria vita per l’esistenza della collettività è il coronamento di ogni spirito di sacrificio. Solo così viene impedito che ciò che la mano dell'uomo ha creato, mano d'uomo distrugga.

- La mentalità che sorge da un simile agire, la chiamiamo - a differenza dell'egoismo - idealismo;
indichiamo con ciò la capacità di sacrificio del singolo per la società.
È necessario precisare subito che l’idealismo non rappresenta una vaga espressione sentimentale, ma è in realtà la premessa per ciò che è e sarà, cioè la cultura umana; e che da esso solo discende il concetto di uomo. È a tale mentalità che l’ariano deve la sua posizione in questo mondo, è a essa che il mondo deve l’uomo; essa sola ha suscitato la forza creatrice che in un magnifico connubio di intelletto geniale e di forza bruta ha creato i monumenti della cultura umana. Senza questa ideale mentalità, anche le più mirabili qualità dello spirito non sarebbero che spirito puro, parvenza senza valore interno e mai forza creatrice. E siccome il vero idealismo non è che la subordinazione degli interessi e della vita dei singoli alla collettività - che è a sua volta la premessa per la creazione di tutte le forme organizzative - esso corrisponde intimamente alla volontà più profonda della natura. Esso solo conduce gli uomini a un volonteroso riconoscimento del privilegio della forza, e li muta
quindi in elementi di quell'ordine che ha dato forma a tutto l’universo.
Il puro idealismo corrisponde inconsapevolmente alla più profonda conoscenza.

- In modo inconscio, l’istinto della conoscenza ubbidisce qui alla più profonda necessità della conservazione della specie anche a spese del singolo; e protesta contro le fantasticherie dei ciarlatani pacifisti, i quali in realtà sono degli egoisti mascherati che contraddicono alle leggi della evoluzione; ché anche questa è condizionata alla capacità di sacrificio dei singoli nei confronti della collettività, e non dalle morbide rappresentazioni dei vili intellettuali e dei critici della natura.

- Il più forte contrasto con l’ariano è dato dall'ebreo. Presso pochissimi popoli del mondo l’istinto di conservazione è più sviluppato che presso il cosiddetto "eletto". La miglior prova di questo è il fatto semplicissimo della sola esistenza di questa razza. Dove è il popolo che negli ultimi duemila anni ha subìto meno cambiamenti delle sue caratteristiche profonde, del suo carattere, e così via? Quale popolo è passato per più terribili vicende e ne è sempre uscito identico a se stesso? Quale ostinato e infinito esempio di volontà di vita e di conservazione della specie non sorge da simili fatti!

- Se dunque l’istinto di conservazione del popolo ebreo è forse più marcato di quello degli altri popoli, e se le sue qualità di intelligenza potrebbero far nascere l’impressione che per quanto riguarda le premesse spirituali egli è pari alle altre razze, gli manca invece completamente l’essenziale presupposto di ogni popolo di cultura: la mentalità idealistica.

- Perciò lo Stato giudeo - che dovrebbe essere l’organismo vivente per il mantenimento e il progresso di una razza - è dal punto di vista territoriale sconfinato. Una determinazione spaziale dello Stato presuppone una mentalità idealistica nella razza che lo occupa, e in particolare un esatto concetto del lavoro. Nella misura in cui una simile impostazione gli manca, ogni tentativo di costruire una cultura o semplicemente di conservare uno Stato spazialmente determinato fallisce. E in questo modo viene a mancare il fondamento su cui ogni cultura in ultima analisi poggia. Perciò il popolo ebreo, malgrado le sue apparenti qualità intellettuali, è privo di vera cultura, specie di una propria; ciò che l’ebreo oggi possiede in fatto di apparente cultura è solo un bene preso ad altri popoli, e che tra le sue mani si è corrotto e guastato.

- No, l’ebreo non possiede nessuna forza creativa, poiché egli è privo di quell'idealismo senza il quale non è possibile uno sviluppo dell'umanità verso l’alto. La sua intelligenza non sarà mai produttrice, ma agirà sempre distruggendo - o in pochissimi casi stimolando, ma in tal caso sotto l’aspetto di una forza «che vuol sempre il male e produce sempre il bene». È suo malgrado, infatti, che la marcia dell'umanità va verso l’alto...

- I popoli che si imbastardiscono peccano contro la volontà della Provvidenza, e il loro tramonto provocato da un popolo più forte non è già un'ingiustizia ai loro danni, ma un ristabilimento del diritto. Quando un popolo non stima più le peculiarità della sua natura, che gli sono date dal suo sangue, non ha il diritto di lamentarsi se perde la sua esistenza terrena.
Ogni cosa su questa terra è migliorabile. Ogni sconfitta può essere la causa di una futura vittoria. Ogni guerra persa, la base di un prossimo risollevamento. Ogni necessità, lo stimolo dell'energia umana; e da ogni soggezione possono nascere le forze di una rinascita - finché il sangue sia conservato puro. Solo la perdita di questa purezza distrugge per sempre la fortuna, abbatte l’uomo, e le sue conseguenze non si possono più eliminare dal corpo e dallo spirito. Se si confrontano con questo unico problema gli altri problemi della vita, ci si accorgerà come questi siano infimi, commisurati a quello. Essi sono tutti limitati nel tempo - ma il problema della purezza del sangue esisterà sempre, finché ci siano uomini sulla terra.