| MEIN KAMPF (11) | ULTIMO AGGIORNAMENTO 09/10/2006 | HOME |
Adolf HITLER Braunau am Inn Berlino Führer del Terzo Reich
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- l’intima unicità delle specie di tutti i viventi su
questa terra. - Ogni incrocio di due esseri di grado diverso dà come prodotto
una via di mezzo tra i diversi livelli dei due genitori. Ciò
significa: la creatura starà più su dell'elemento inferiore
della coppia, ma non sarà elevata quanto il superiore, perciò,
nella lotta contro questa specie più alta, essa dovrà
soccombere. Simili accoppiamenti contraddicono la volontà della
natura, che tende a migliorare i prodotti vitali. La premessa di ciò
non sta nell'accoppiare una specie più alta a una più
bassa, quanto nella prevalenza della prima. Il più forte deve
vincere, e non mischiarsi al più debole, sacrificando così
la sua grandezza. Soltanto i deboli di natura trovano crudele questa
legge, ma sono appunto creature molli e limitate; e se questa legge
non dominasse il mondo, qualsiasi miglioramento della vita organica
sarebbe inconcepibile. - Nella misura in cui la natura non desidera l’accoppiamento di un più debole con un più forte, essa si oppone al miscuglio di una razza più alta con una razza più bassa, ché altrimenti la sua millenaria fatica selezionatrice ne verrebbe compromessa in un'ora sola. 9. L'esperienza storica ci offre a questo proposito una infinità di esempi. Essa ci mostra con spaventosa evidenza che a ogni mescolanza di sangue degli ariani con popoli inferiori ha corrisposto la fine dei portatori della cultura. - Il risultato di ogni incrocio di razze è, in breve, il seguente: a) Abbassamento del livello della razza superiore; b) arretramento fisico e spirituale, e inizio di un contagio lento ma inesorabile. - L'uomo che tenta di ribellarsi alla ferrea logica della natura, è coinvolto nella lotta contro i fondamenti cui deve la sua stessa esistenza come uomo, perciò la sua azione contro la natura lo porta inevitabilmente alla rovina. - Ma anche a prescindere dal fatto che l’uomo non ha mai vinto
la natura, e al massimo è riuscito a sollevare il velo sopra
qualcuno dei suoi infiniti e giganteschi segreti; che perciò
egli non inventa niente, ma scopre soltanto; che non domina la natura,
ma è diventato solo, grazie alla conoscenza di alcune leggi naturali,
il signore di altre creature alle quali questa conoscenza appunto manca
- a prescindere dunque da tutto ciò: una mera idea non può
distruggere le leggi del divenire dell'umanità, dato che essa
dipende, a sua volta, dagli uomini, e quindi dalle leggi che ne sono
le fondamenta. - L'idea pacifista umanitaria è forse ottima, quando la razza
più alta si sia conquistata il mondo diventando così l’unico
signore della terra. In questo caso mancherebbe a quell'idea qualsiasi
effetto pernicioso, appunto nella misura in cui la sua applicazione
pratica diventerebbe scarsa o impossibile. Prima lotta; poi, magari,
pacifismo. Nel caso opposto, l’umanità avrebbe raggiunto
l’apice del suo sviluppo, e la fine non sarebbe più il
trionfo di un'idea etica, ma barbarie e poi caos. A questo punto qualcuno
potrà anche sorridere, ma in verità il nostro pianeta
ha percorso gli spazi eterei, deserto di uomini, per milioni di anni;
e potrà rifarlo ancora, se gli uomini dimenticano che essi non
devono la loro elevata esistenza all'idea di qualche pazzo ideologo,
ma piuttosto alla conoscenza e all'applicazione spietata di ferree leggi
naturali. - Ciò che noi vediamo oggi, in materia di cultura o di arte
o di scienza o di tecnica, è quasi esclusivamente il prodotto
geniale dell'ariano. E questo ci porta alla ovvia conclusione che egli
solo è stato il fondatore dei valori umani più alti, e
rappresenta quindi il prototipo di ciò che designamo con la parola
uomo. Egli è il Prometeo dell'umanità, dalla cui fronte
radiosa scoccò in ogni tempo la scintilla del genio, accendendo
ogni volta la fiaccola che illuminò di conoscenza la notte del
silenzioso mistero; e così preparò la strada all'umanità
per dominare le altre creature terrene. Lo si elimini, e quella oscurità
tornerà ad avviluppare di nuovo la terra, la cultura umana tramonterà
e il mondo si rifarà deserto... - se un popolo ottiene da una razza straniera la sua cultura, per poi, ove questa manchi, involversi nuovamente, si può considerare tale razza come portatrice di cultura, ma mai come creatrice di essa. - Popolazioni ariane sottomettono - e quasi sempre in numero addirittura esiguo - popoli stranieri, e stimolati dalle situazioni speciali dei nuovi territori (fecondità, condizioni climateriche, ecc.) e favoriti dalla quantità delle riserve di uomini di razza inferiore, sviluppano le loro qualità spirituali e organizzative che parevano sonnecchiare. E spesso producono, in pochi secoli, delle culture che in origine corrispondono perfettamente alle caratteristiche peculiari della loro natura, adattate alle qualità del territorio, come anche alla tipologia dei popoli sottomessi. Fatalmente, i conquistatori peccano contro il principio della conservazione del proprio sangue, cominciano a unirsi agli indigeni sottomessi, e terminano così la loro esistenza; perché al peccato è sempre seguita la cacciata dal paradiso. - I popoli creatori hanno appunto delle predisposizioni creative, anche
se esse non sono riconosciute dagli osservatori superficiali. Anche
qui, il riconoscimento segue sempre l’azione compiuta, perché
il mondo non è capace di scoprire la genialità in sé,
ma soltanto le sue manifestazioni sottoforma di scoperte, di invenzioni,
di quadri, di costruzioni; e anche qui deve spesso passare molto tempo,
affinché si giunga a conquistare un simile riconoscimento. E
come nella vita del singolo uomo superiore la predisposizione geniale
tende a realizzazioni pratiche eccitata solo da stimoli esterni, così
anche nella vita dei popoli la valorizzazione delle forze creatrici - Allo stesso modo la formazione di culture superiori presupponeva
l’esistenza di uomini inferiori, in quanto la mancanza di strumenti
tecnici doveva essere da questi sostituita. Certo, la prima cultura
dell'umanità non poggiava tanto su bestie addomesticate, quanto
sull'impiego di uomini inferiori. Solo dopo la riduzione a schiavitù
delle razze sottomesse, lo stesso destino colpì anche gli animali;
e non viceversa, come molti potrebbero credere. Toccò prima al
vinto mettersi all'aratro - e solo più tardi al cavallo. Solo
dei vaneggianti pacifisti possono considerare questo come un segno di
malvagità umana; e non sanno vedere che quella tappa fu necessaria
per arrivare finalmente a un livello dall'alto del quale questi apostoli
possono offrire al mondo le loro ricette salvifiche. - Quanto più grande è poi la volontà di subordinare
gli interessi personali, tanto più aumenta la capacità
di formare delle collettività più ampie. Questa volontà
di sacrificio, questa messa in gioco del proprio lavoro e della propria
vita per la collettività, appare più marcata presso gli
ariani. La grandezza di costoro non è tanto nelle loro qualità
intellettuali, quanto nella misura della loro capacità di porre
tutte le loro qualità al servizio della collettività.
L'istinto di conservazione ha raggiunto presso di loro la forma più
nobile, in quanto subordinano volontariamente il proprio io alla - La mentalità che sorge da un simile agire, la chiamiamo -
a differenza dell'egoismo - idealismo; - In modo inconscio, l’istinto della conoscenza ubbidisce qui alla più profonda necessità della conservazione della specie anche a spese del singolo; e protesta contro le fantasticherie dei ciarlatani pacifisti, i quali in realtà sono degli egoisti mascherati che contraddicono alle leggi della evoluzione; ché anche questa è condizionata alla capacità di sacrificio dei singoli nei confronti della collettività, e non dalle morbide rappresentazioni dei vili intellettuali e dei critici della natura. - Il più forte contrasto con l’ariano è dato dall'ebreo. Presso pochissimi popoli del mondo l’istinto di conservazione è più sviluppato che presso il cosiddetto "eletto". La miglior prova di questo è il fatto semplicissimo della sola esistenza di questa razza. Dove è il popolo che negli ultimi duemila anni ha subìto meno cambiamenti delle sue caratteristiche profonde, del suo carattere, e così via? Quale popolo è passato per più terribili vicende e ne è sempre uscito identico a se stesso? Quale ostinato e infinito esempio di volontà di vita e di conservazione della specie non sorge da simili fatti! - Se dunque l’istinto di conservazione del popolo ebreo è forse più marcato di quello degli altri popoli, e se le sue qualità di intelligenza potrebbero far nascere l’impressione che per quanto riguarda le premesse spirituali egli è pari alle altre razze, gli manca invece completamente l’essenziale presupposto di ogni popolo di cultura: la mentalità idealistica. - Perciò lo Stato giudeo - che dovrebbe essere l’organismo vivente per il mantenimento e il progresso di una razza - è dal punto di vista territoriale sconfinato. Una determinazione spaziale dello Stato presuppone una mentalità idealistica nella razza che lo occupa, e in particolare un esatto concetto del lavoro. Nella misura in cui una simile impostazione gli manca, ogni tentativo di costruire una cultura o semplicemente di conservare uno Stato spazialmente determinato fallisce. E in questo modo viene a mancare il fondamento su cui ogni cultura in ultima analisi poggia. Perciò il popolo ebreo, malgrado le sue apparenti qualità intellettuali, è privo di vera cultura, specie di una propria; ciò che l’ebreo oggi possiede in fatto di apparente cultura è solo un bene preso ad altri popoli, e che tra le sue mani si è corrotto e guastato. - No, l’ebreo non possiede nessuna forza creativa, poiché egli è privo di quell'idealismo senza il quale non è possibile uno sviluppo dell'umanità verso l’alto. La sua intelligenza non sarà mai produttrice, ma agirà sempre distruggendo - o in pochissimi casi stimolando, ma in tal caso sotto l’aspetto di una forza «che vuol sempre il male e produce sempre il bene». È suo malgrado, infatti, che la marcia dell'umanità va verso l’alto... - I popoli che si imbastardiscono peccano contro la volontà
della Provvidenza, e il loro tramonto provocato da un popolo più
forte non è già un'ingiustizia ai loro danni, ma un ristabilimento
del diritto. Quando un popolo non stima più le peculiarità
della sua natura, che gli sono date dal suo sangue, non ha il diritto
di lamentarsi se perde la sua esistenza terrena.
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