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MEIN KAMPF (14) ULTIMO AGGIORNAMENTO 09/10/2006 HOME

Testatina L'UomoAdolf Hitler

Adolf HITLER

Braunau am Inn
20 aprile 1889

Berlino
30 aprile 1945

Führer del Terzo Reich

 

BRANI SCELTI
Mein Kampf

Cap.II
Lo Stato

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Indice

- La nazione, o meglio la razza, non consiste nella lingua, ma solo nel sangue. Quindi si potrà parlare di una germanizzazione solo quando si sappia trasformare con questo processo il sangue dei vinti. Ma ciò non è possibile: a meno che, grazie alla mescolanza di sangue, si produca un mutamento, cioè l'abbassamento del livello della razza superiore. Il risultato finale di tale processo sarebbe dunque appunto la distruzione di quelle qualità che un giorno resero il popolo conquistatore capace di vincere. In particolare, sparirebbero nell'accoppiamento con una razza inferiore le forze culturali, quand'anche il risultante prodotto misto parlasse mille volte la lingua della razza che una volta era superiore. Per un certo tempo sussisterà ancora una lotta fra le diverse spiritualità, e può darsi che la nazione soccombente, in un estremo sussulto, riveli valori culturali eccellenti. Ma questi sono solo gli elementi propri della razza superiore, oppure bastardi, dove nel primo incrocio prevale ancora il sangue migliore e cerca di farsi strada, mai però risultati finali della miscela, nei quali ci sarà sempre un movimento culturale retrogrado.

- le forze originanti la civiltà e i valori si basano essenzialmente su elementi razziali, e che quindi lo Stato deve considerare sua missione suprema la conservazione e l'elevamento della razza, condizione preliminare di ogni ulteriore sviluppo della civiltà umana.

- Quindi, il primo dovere di un nuovo movimento basato su una concezione razzista del mondo è quello di fare in modo che la nozione dell'essenza e dello scopo dell'esistenza dello Stato assuma una forma chiara e unitaria. Bisogna anzitutto riconoscere questo: lo Stato non rappresenta un fine, ma un mezzo. Esso è la premessa della formazione di una civiltà umana superiore, ma non è la causa di questa. La causa è riposta solo nella presenza di una razza idonea alla civiltà. Quand'anche si trovassero sulla Terra centinaia di Stati modello, nel caso si spegnesse l'Ariano portatore di civiltà non sopravvivrebbe nessuna civiltà rispondente all'altezza spirituale degli odierni popoli superiori. Si può andare ancora oltre, e dire che la formazione di Stati non impedirebbe affatto la possibilità dell'annientamento del genere umano, se andassero perdute le facoltà intellettuali superiori e la genialità in conseguenza della mancanza di una razza che le porti in sé.

- la distruzione dell'ultima razza capace di civiltà e degli individui che la formano comporterebbe la desolazione definitiva della Terra.

- Non è lo Stato in sé che crea un determinato grado di civiltà; esso può solo conservare la razza, che è la condizione di quel grado. Diversamente, lo Stato può continuare a sussistere come tale per secoli, mentre, non essendo vietata una mescolanza di razze, la capacità di cultura, e la vita di un popolo condizionata da questa, hanno già da lungo tempo sofferto profondi mutamenti.

- Così, la premessa dell'esistenza di un'umanità superiore non è lo Stato ma la Nazione, sola capace di addurla. Questa capacità è sempre presente, ma deve essere destata all'azione pratica da determinate condizioni esteriori. Le nazioni, o meglio le razze dotate di qualità creatrici, portano in sé, latenti, queste condizioni, anche se, in un dato momento, sfavorevoli circostanze esterne non permettono alle loro buone disposizioni di realizzarsi.

- questa meravigliosa facoltà di creare è donata precisamente all'Ariano, sia ch'egli la porti in sé latente, sia che la desti alla vita, a seconda che le circostanze favorevoli glielo permettano o una matrigna Natura glielo vieti.
Da ciò segue questa nozione. Lo Stato è un mezzo per raggiungere un fine. Il suo fine consiste nella conservazione e nell'incremento di una comunità che conduce una vita fisica e morale omogenea. Questa stessa conservazione include l'esistenza di una razza, e con ciò permette il libero sviluppo di tutte le forze latenti in questa razza; una parte di esse servirà sempre anzitutto alla conservazione della vita fisica, mentre l'altra promuoverà la prosecuzione dello sviluppo intellettuale; in realtà, però, l'una parte crea le premesse dell'altra. Gli Stati che non servono a questo scopo sono fenomeni mal riusciti, sono aborti. Ciò non è mutato dal fatto che esistano, così come l'esistenza di un'associazione di filibustieri non può giustificare la pirateria o la rapina.
Noi nazionalsocialisti, quali campioni di una nuova concezione, non dobbiamo mai metterci sul famoso, e per di più falso, "terreno dei fatti". Altrimenti non saremmo più i campioni di una nuova grande idea ma i coolies dell'odierna menzogna. Dobbiamo distinguere con la massima nettezza fra lo Stato, che è un recipiente, e la razza, che è il contenuto. Questo recipiente ha un senso solo se è capace di contenere e salvaguardare il contenuto; diversamente, non ha valore. Lo scopo supremo dello Stato nazionale è quello di conservare quei primordiali elementi di razza che, quali donatori di civiltà, creano la bellezza e la dignità di un'umanità superiore. Noi Ariani, in uno Stato possiamo solo raffigurarci l'organismo vivente di una Nazione - organismo che non solo assicura la durata di questa Nazione, ma la conduce alla suprema libertà sviluppandone le capacità spirituali e ideali.

- Da ciò deriva anche, per noi nazionalsocialisti, il criterio col quale valutare uno Stato. Il valore di uno Stato sarà relativo, se partiremo dal punto di vista della singola nazione; sarà assoluto se partiremo da quello dell'umanità in sé. In altre parole: la bontà di uno Stato non può essere valutata dal livello della sua cultura o dalla sua potenza rispetto al resto del mondo, ma unicamente dal grado di bontà delle sue istituzioni per la Nazione stessa.
Uno Stato può essere considerato esemplare se è conforme alle condizioni di vita della Nazione che deve rappresentare, e se in pratica proprio mediante la sua esistenza conserva in vita quella Nazione - qualunque sia I'importanza culturale di tale Stato nell'ambito del resto del mondo. Perché non è compito dello Stato il generare capacità, suo compito è quello di aprire la strada alle forze già esistenti. Viceversa, può essere definito cattivo uno Stato il quale, sebbene di alta civiltà, consacri al tramonto il portatore di questa civiltà nella sua composizione razziale. Perché con ciò distrugge praticamente la condizione preliminare dell'ulteriore esistenza di questa civiltà, che lo Stato non creò e che è il frutto di una Nazione creatrice di cultura, garantita dal vivente organismo statale il quale la compendia in sé. Lo Stato di per sé non costituisce un contenuto, ma una forma. Dunque, il momentaneo livello della civiltà di un popolo non costituisce il criterio della bontà dello Stato in cui questo popolo vive.

- sincero istinto di armento fondato sull'unità del sangue; quell'istinto che nei momenti del pericolo salva dal tramonto le nazioni facendo tacere i grandi e piccoli dissensi interni e opponendo al comune nemico il chiuso fronte di un armento unitario.

- una pace non appoggiata agli scodinzolamenti di lagrimose prefiche pacifiste, ma fondata dalla vittoriosa spada di un popolo di dominatori che si impadronisce del mondo per l'utilità di una civiltà superiore.

- Con ciò lo Stato riceve, per la prima volta, un alto scopo intimo. Di fronte alla ridicola parola d'ordine di assicurare la quiete e l'ordine onde rendere possibili reciproci imbrogli, appare una missione realmente elevata quella di conservare e promuovere un'umanità superiore, donata a questa Terra dalla bontà dell' Onnipotente.

- è naturale che sia più facile ravvisare nell'autorità statale nient'altro che il formale meccanismo di un'organizzazione, piuttosto che la suprema incarnazione dell'istinto di autoconservazione di un popolo sulla Terra. Poiché nel primo caso, per quegli spiriti deboli lo Stato e l'autorità statale sono già scopi in sé, mentre nel secondo caso sono solo la formidabile arma al servizio della grande lotta eterna per l'esistenza, un'arma alla quale ciascuno deve adattarsi perché non è meccanica e formale ma è l'espressione di una comune volontà di sopravvivenza.

- quando un popolo mostra una altissima quantità di energia diretta a uno scopo, ed è sfuggito definitivamente all'ignavia delle vaste masse, i pochi diventano padroni della maggioranza. La storia del mondo è fatta da minoranze, se nelle minoranze numeriche si incorpora la maggioranza della volontà e della determinazione.

- Appunto nella grandezza e nelle difficoltà del nostro compito è riposta la probabilità che solo i migliori combattenti si accingano a lottare per esso. E in questa selezione sta la garanzia del successo.

- Si può quindi enunciare la seguente valida proposizione: ogni incrocio di razze conduce per forza, prima o poi, al tramonto del prodotto misto, finché la parte più nobile di questo stesso incrocio sussiste in una unitarietà di razza. Il pericolo per il prodotto misto è eliminato solo nel momento in cui la razza superiore si imbastardisce.

- permane il grave pericolo che chi è diventato cieco spezzi sempre più le barriere di razza, e che anche l'ultimo residuo della sua miglior parte finisca con l'andare perduto. In tal caso rimane solo più una poltiglia, come sognano i famosi miglioratori contemporanei del mondo, per i quali rappresenta l'ideale: ma essa in breve tempo scaccerebbe ogni ideale dal nostro mondo. Certo: un grosso armento potrebbe venir forgiato così, si può creare un animale da armento - ma da una miscela di questo genere non risulta mai un uomo portatore di civiltà, creatore o fondatore di civiltà. E la missione dell'umanità potrebbe allora essere considerata finita.

- c'è un solo sacrosanto diritto dell'uomo, che è nello stesso tempo un sacrosanto dovere: quello di provvedere perché il sangue resti puro, affinché la conservazione della migliore umanità renda possibile un più nobile sviluppo dell'umanità stessa. Quindi, uno Stato nazionale dovrà in primo luogo elevare il matrimonio dal livello di un costante scandalo per la razza, e dargli la consacrazione di un istituto chiamato a generare creature fatte a immagine e somiglianza del Signore e non aborti fra l'uomo e la scimmia.

- Lo Stato nazionale deve recuperare ciò che oggi, in questo campo, è trascurato da tutte le parti. Deve mettere la razza al centro della vita generale. Deve preoccuparsi di conservarla pura. Deve dichiarare che il bambino è il bene più prezioso di un popolo. Deve fare in modo che solo chi è sano generi figli, che sia scandaloso il mettere al mondo bambini quando si è malati o difettosi, e che nel rinunziare a ciò consista il supremo onore. Ma, viceversa, deve essere ritenuto riprovevole il sottrarre alla Nazione bambini sani. Quindi lo Stato deve apparire come il preservatore di un millenario avvenire, di fronte al quale il desiderio e l'egoismo dei singoli non contano nulla e debbono piegarsi. Lo Stato deve avvalersi, a questo scopo, delle più moderne risorse mediche. Deve dichiarare incapace di generare chi è affetto da visibile malattia o portatore di tare ereditarie e quindi in grado di tramandare ad altri queste tare, e provocare praticamente questa incapacità. Deve, d'altro canto, provvedere a che la fecondità della donna sana non venga limitata dalla sconcia economia e dalla finanza di un regime statale il quale di quella benedizione che è il bambino fa una maledizione per i genitori. Deve eliminare quella pigra, criminale indifferenza con cui si trattano oggi le premesse sociali dell'abbondanza di figli, deve essere il supremo protettore di questa massima fortuna di un
popolo. Deve preoccuparsi più del bambino che dell'adulto.
Chi non è sano e degno di corpo e di spirito, non ha diritto di perpetuare le sue sofferenze nel corpo del suo bambino. Qui, lo Stato nazionale deve sviluppare un enorme lavoro educativo, che un giorno apparirà come un'opera grandiosa, più grandiosa delle più vittoriose guerre della nostra epoca borghese. Lo Stato deve, con l'educazione, insegnare agli individui che l'essere malati e deboli non è una vergogna, ma è solo una disgrazia meritevole di compassione, e che è delitto e vergogna il disonorarsi e il dar prova di egoismo imponendo la malattia e la debolezza a creature innocenti. E che quindi è prova di nobiltà, di mentalità elevata e di umanitarismo ammirevole il fatto che chi senza sua colpa è malato, rinunziando a avere figli propri, doni il suo affetto e la sua tenerezza a un piccolo, povero sconosciuto rampollo della sua Nazione, sano e promettente di essere un giorno il robusto membro di una forte comunità. E lo Stato deve ravvisare in questo lavoro di educazione l'integrazione
spirituale della sua attività pratica. Deve agire in questo senso, senza riguardo a comprensione o incomprensione, a consensi o dissensi.

- Infine, nello Stato nazionale la concezione razziale deve riuscire ad affrettare l'avvento di quella nobile epoca in cui gli uomini non si occuperanno più di allevare cani, cavalli e gatti, ma di elevare la condizione dell'uomo stesso; epoca che sarà per gli uni di silenziosa e saggia rinunzia, per gli altri di doni e sacrifici gioiosi.

- Ma noi non ci rivolgiamo a voi, bensì al grande stuolo di coloro i quali sono troppo poveri perché la loro vita personale significhi la suprema felicità della Terra, a quelli che adorano non il denaro ma altri Dei, ai quali votano la loro esistenza.

- Se riconosciamo come primaria missione dello Stato al servizio e per il bene del popolo la conservazione, la cura e lo sviluppo dei migliori elementi della razza, è naturale che le provvidenze statali debbano estendersi fino alla nascita del piccolo rampollo della Nazione e della razza, e che lo Stato debba altresì fare del giovinetto, con l'educazione, un prezioso elemento della ulteriore propagazione della stirpe.
E come, in generale, la premessa della capacità di sviluppo spirituale si trova nelle qualità di razza di un dato materiale umano, così anche nell'individuo si deve anzitutto tener d'occhio e favorire la salute fisica. Perché lo spirito sano e forte si trova solo nel corpo sano e forte.

- In questo riconoscimento del suo complessivo lavoro educativo, lo Stato nazionale deve mirare in primo luogo non a infondere una semplice volontà, ma a educare corpi sani. Solo dopo, in un secondo tempo, viene lo sviluppo delle capacità spirituali. E qui deve avere precedenza lo sviluppo del carattere, deve essere favorita la forza della volontà e della decisione, e l'educazione deve insegnare la gioia della responsabilità; ultima deve venire l'istruzione scientifica.
Dunque lo Stato nazionale deve partire dalla premessa che un uomo di minor cultura scientifica ma di corpo sano, di carattere buono e saldo, pieno della gioia del decidere e di forza di volontà, ha per la comunità nazionale maggior pregio che un uomo intellettuale ma debole.

- Quindi, l'educazione fisica, del corpo, nello Stato nazionale non è compito dell'individuo, né affare riguardante in primo luogo i genitori e solo in secondo o terzo luogo la collettività; è una esigenza della conservazione del popolo, rappresentato e protetto dallo Stato.

- Lo Stato nazionale può intraprendere anche l'educazione delle ragazze, partendo dagli stessi presupposti seguiti per svolgere l'educazione dei ragazzi. Anche qui si deve attribuire maggior importanza all'educazione del corpo, e solo dopo si deve pensare a promuovere i valori psichici e intellettuali. Si deve educare la fanciulla con lo scopo costante di farne la futura madre.

- Fedeltà, abnegazione, taciturnità sono virtù di cui un grande popolo ha necessità.

- Di estrema importanza è l'educazione della forza di volontà e di decisione, e la cura della gioia della responsabilità.

- Riassumendo: lo Stato nazionale dovrà circoscrivere, ma comprendendo tutto l'essenziale, l'istruzione scientifica generale. E dovrà, inoltre, offrire la possibilità di un perfezionamento specifico. È sufficiente che l'individuo riceva, come base, una cultura generica, a grandi linee, e venga istruito a fondo e in modo dettagliato e specializzato solo in quella materia che formerà l'occupazione della sua vita. Quindi l'istruzione generale dovrebbe essere obbligatoria in tutte le materie, l'istruzione specialistica dovrebbe essere lasciata alla scelta dei singoli. Si otterrebbe così una riduzione del programma scolastico e delle ore di lezione, che andrebbe a tutto vantaggio del perfezionamento del corpo, del carattere e della forza di volontà e di decisione.

- È nel carattere del nostro tempo materialistico che l'istruzione scientifica si rivolga sempre più alle discipline reali, ossia alla matematica, alla fisica, alla chimica, ecc., e solo a queste. Esse sono, certo, necessarie in un tempo in cui la tecnica e la chimica regnano e sono rappresentate nella vita quotidiana dai loro segni visibili; ma è pericoloso fondare la cultura generale di una Nazione unicamente su queste. Questa cultura, al contrario, deve sempre essere ideale, deve fondarsi più sulle discipline umanistiche e offrire solo le basi di un'ulteriore istruzione scientifica speciale. Altrimenti si rinunzia a forze più importanti di ogni sapere tecnico per la conservazione della Nazione.

- una civiltà combatte per la propria esistenza, una civiltà che unisce in sé millenni e racchiude
insieme l'Ellenismo e il Germanesimo.

- industria e tecnica, commercio e artigianato, possono fiorire solo se una comunità nazionale idealistica offre i presupposti necessari. E questi non si trovano nel materialismo egoistico ma nella abnegazione e nella gioia del sacrificio.

- chi ama la sua Nazione può solo provare il suo amore mediante i sacrifici che è pronto a fare per essa. Un sentimento nazionale che miri solo al guadagno, non esiste.

- Ma certo il mondo va incontro a un grande rivolgimento; e ci si può solo domandare se esso avrà per risultato la salvezza dell'umanità ariana o il vantaggio del giudaismo, dell'ebreo errante. Lo Stato nazionale dovrà darsi pensiero di creare, mediante un'apposita educazione della gioventù, una generazione matura alle supreme e massime decisioni che allora saranno prese nel nostro globo. Vincerà quel popolo che per primo percorrerà questa via.

- Del resto, anche questa educazione deve trovare, dal punto di vista della razza, il suo adempimento supremo nel servizio militare.

- Il nostro decadente mondo borghese non sospetta che qui in verità si commette un peccato contro la ragione; che è una colpevole follia quella di ammaestrare una mezza scimmia in modo che si creda di averne fatto un avvocato, mentre milioni di appartenenti alla più alta razza civile devono restare in posti vili e indegni. Si pecca contro la volontà dell'Eterno Creatore lasciando languire nell'odierno pantano proletario centinaia e centinaia delle sue più nobili creature per addestrare a professioni intellettuali Ottentotti, Cafri e Zulù. Perché qui si tratta proprio di un addestramento, come nel caso del cane, e non di un "perfezionamento" scientifico. La stessa diligenza e fatica, impiegata su razze intelligenti, renderebbe gli individui mille volte più capaci di simili prestazioni.

- Anche qui dovrà intervenire seriamente lo Stato nazionale. Suo compito non è l'assicurare un'influenza decisiva a una data classe sociale, ma l'estrarre dalla totalità dei membri della Nazione i cervelli più capaci e portarli agli impieghi e alle cariche. Esso deve fornire al fanciullo medio, nella scuola popolare, una determinata educazione, e mettere l'ingegno sulla via che è fatta per lui. E soprattutto deve badare ad aprire a tutti i ben dotati le porte degli istituti statali dell'insegnamento superiore, qualunque sia il ceto da cui gli studenti provengono. Solo così dal ceto dei rappresentanti di un'erudizione morta può svilupparsi una geniale classe dirigente della Nazione.

- Lo Stato nazionale avrà il compito di curare che nei suoi istituti di insegnamento abbia luogo un costante rinnovamento dei ceti intellettuali mediante l'infusione di sangue fresco dei ceti inferiori. Lo Stato ha l'obbligo di estrarre dalla totalità della popolazione, dopo averlo vagliato con attenzione e diligenza estrema, il materiale umano più favorito dalla Natura, e di impiegarlo al servizio della collettività. Perché Stato e funzionari statali non esistono per rendere possibile il sostentamento di singole classi ma per soddisfare i compiti loro assegnati. E ciò sarà possibile solo se, per incarnare lo Stato, verranno educate, per principio, solo persone capaci e di forte volontà.
E ciò vale non solo per tutti i funzionari, ma anche per la direzione spirituale della Nazione in tutti i campi. Un fattore della grandezza di una Nazione è pure riposto in questo: che si riesca a separare e educare i migliori per le funzioni loro spettanti e a metterli al servizio della comunità nazionale. Se due popoli aventi eguali qualità e disposizioni gareggiano fra loro, vincerà quello che nella sua direzione spirituale trova rappresentati i suoi migliori ingegni, e perderà quello il cui governo rappresenta solo una grande greppia comune per certe classi o ceti, senza riguardo alle capacità innate dei singoli governanti.

- Ma perciò lo Stato nazionale deve prendere una posizione fondamentalmente diversa di fronte al concetto di lavoro. Esso, e se è necessario mediante un'educazione prolungata per secoli, romperà con l'assurda abitudine di disprezzare l'attività manuale. Apprezzerà l'individuo non per il genere del suo lavoro ma per la forma e per la bontà dell'opera fornita.

- In linea di principio, ogni lavoro ha un doppio valore: uno materiale e uno ideale. Il valore materiale consiste nell'importanza che il lavoro ha per la vita della collettività. Quanto maggiore è il numero dei cittadini che traggono vantaggio da una determinata prestazione, vantaggio diretto o indiretto, tanto più deve essere stimato il valore materiale. Questa stima trova espressione plastica nel compenso monetario che l'individuo riceve per il suo lavoro. A questo lavoro puramente materiale si contrappone quello ideale. Questo non si fonda sull'importanza concreta del lavoro fornito ma sulla sua necessità in sé. L'utilità concreta di una scoperta può essere più grande di quella del servizio reso da un manovale, ma è certo che la collettività si fonda tanto sul servizio piccolo quanto su quello grande. Può fare una distinzione materiale nel valutare l'utilità del singolo lavoro per la collettività, e può esprimere quella distinzione nel compenso accordato; ma deve idealmente stabilire l'equivalenza di tutti i lavori nel momento in cui ogni individuo si sforza di fare del suo meglio nel proprio campo, qualunque esso sia. Ma la stima del valore di un uomo deve fondarsi su ciò, e non sul compenso percepito.
In uno Stato ragionevole, si deve fare in modo che all'individuo venga assegnata quella attività che risponde alle sue capacità; o, in altre parole, i capaci debbono essere educati al lavoro che gli compete, ma la capacità non può essere inculcata, deve essere innata, poiché è un dono della Natura e non un merito acquisibile dall'uomo. Quindi, la generale valutazione borghese non può regolarsi a seconda del lavoro in certo modo assegnato al singolo. Perché questo lavoro va messo in conto della sua nascita e dell'istruzione dipendente dalla nascita, istruzione ricevuta per mezzo della collettività.
La valutazione dell'uomo deve essere fondata sul modo in cui egli diventa idoneo al compito assegnatogli dalla collettività. Perché l'opera che l'individuo svolge non è lo scopo della sua esistenza, ma ne è il mezzo. Egli deve, come uomo, continuare a istruirsi e a nobilitarsi, ma può farlo solo nella cornice della sua comunità di cultura, la quale deve sempre fondarsi sulla base di uno Stato. Egli deve contribuire alla conservazione di questo fondamento. La forma di questo contributo è determinata dalla Natura; l'importante è solo rendere possibile e restituire alla comunità nazionale, con diligenza e onestà, ciò che la comunità ha donato all'individuo. Chi fa questo, merita stima e alta considerazione.
La ricompensa materiale può essere assegnata a colui che con le sue prestazioni giova alla collettività; ma la ricompensa ideale deve consistere nella considerazione che ognuno può pretendere, se dedica al servizio della propria Nazione le forze che la Natura gli donò e che la comunità nazionale educò e perfezionò.

- l'eguaglianza non riposa né può riposare sulle prestazioni dei singoli in sé, ed è solo possibile nella forma in cui ciascuno adempie ai suoi particolari doveri. Solo così, nel giudicare il valore dell'uomo, viene eliminato il caso, che è opera della Natura, e l'individuo è reso artefice del proprio valore sociale.

- E a ciò deve provvedere il movimento social-nazionalista: radunare, passando sopra a ogni meschinità piccoloborghese, estraendole dalla nostra Nazione, e ordinare quelle forze che sono atte a farsi modelli di una nuova concezione del mondo.

- Può darsi che oggi il denaro sia diventato l'esclusivo signore della vita; ma un giorno l'uomo tornerà a inchinarsi a più alte divinità. Oggi molte cose devono la loro esistenza solo all'avidità del denaro e della ricchezza: ma fra esse ben poche sono quelle che, se non esistessero, lascerebbero più povera l'umanità. Il nostro movimento ha pure questo compito: annunciare già oggi un'epoca che darà al singolo ciò di cui ha bisogno per vivere, ma terrà fermo il principio che l'uomo non vive esclusivamente per i godimenti materiali. Ciò troverà la sua espressione in una graduazione dei meriti, definita con saggezza, tale da garantire anche all'ultimo onesto lavoratore, in ogni caso, una normale esistenza, nella sua qualità di uomo e di membro della Nazione.
Non si dica che questo è uno Stato ideale che non si può realizzare nella pratica e non sarà mai realizzato. Perché nemmeno noi siamo così ingenui da credere possibile introdurre un giorno un'epoca senza difetti. E tuttavia ci .sentiamo in obbligo di combattere gli errori riconosciuti, di superare le debolezze e di tendere con ogni sforzo all'ideale. Già di per sé la dura realtà comporterà fin troppe limitazioni: e appunto per questo l'uomo deve cercare di servire al più alto scopo, e gli errori non devono distoglierlo dai suoi propositi - così come egli non può rinunciare a una Giustizia per il solo fatto che anche questa è soggetta a errore, e così come non si ripudia la medicina per il solo fatto che le malattie continuano a sussistere.